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A
qualcuno sicuramente sarà capitato di leggere
l’articolo scritto da Luis Fernandez-Galiano sul
numero 104 di qualche tempo fa di Lotus International,
(ora Lotus Navigator). Il titolo è ‘Terremoto e
Terapia’, allegata allo scrtto una sequenza d’immagini
che possono fa riflettere i più attenti studiosi di
architettura e i curiosi sostenitori dell’argomento.
Soprattutto per le implicazioni evolutive che di lì a
poco, avrebbero fatto vivere, una stagione
entusiasmante che l’architettura attraversa tutt’ora.
Guarda caso, sullo stesso
numero, uno degli ultimi discorsi dell’ineguagliabile
Bruno Zevi. Forse per una linea editoriale decisa
dalla rivista o per indicare l’importanza del
susseguirsi degli eventi nella pratica architettonica,
il caso ha voluto mostrarci un’impercettibile
direzione. Una porticina aperta per un’intuizione
capace di generare visioni possibili. E’ successo
infatti che come i
saggi "maestri" di tante storie raccontate, come un
instancabile e paziente studioso, mentore dinamico e
intellettuale acuto, Bruno Zevi ci ha accompagnato
sulla soglia di questo millennio, dichiarando la
vittoria dell’architettura moderna e contemporanea,
indicandoci un orizzonte nuovo.
Egli, consapevole, già, dal Manifesto di Modena, ha
mostrato grande fiducia nelle possibilità espressive
di una nuova stagione architettonica e, verso la fine
di settembre del ’99, chiude lo scritto con un
riferimento storico, il cui valore trascina
sconvolgendo quella che sembrava una conclusione e
azzarda un’ipotesi futuribile, con un atteggiamento
coerente testimone di una vita diversa, "non in riga".
Egli delinea, infatti, la sua grandezza culturale
lanciando con autorevole compiacimento quella che, con
parvenze poetiche, deve leggersi, secondo me, come una
vera profezia.
Vedere lontano, d’altronde, anche oltre i propri
limiti, è sempre stata una caratteristica dei grandi
personaggi. Lo scritto, notate bene, dice ricordando
una descrizione di Leonardo da Vinci:
"[...] va ricordato quanto diceva Leonardo sulla
necessità di tener conto delle nebbie, delle foschie,
delle sbavature, delle albe, delle piogge, del clima
ingrato, del caldo, delle nuvole, degli odori, dei
tanfi, dei profumi, della polvere, delle ombre e delle
trasparenze, degli spessori dolci quasi sudati, delle
evanescenze fuggevoli. Adesso l’architettura è
attrezzata per captare tali valori".
Quale lettura bisogna dare allo scritto se non quella
di farlo concettualmente aderire perfettamente alla
realtà delle trasformazionioni che sono in atto
nell’architettura? Non faremmo certo l’errore,
osservando la ricerca ed il lavoro di Frank O.Gehry,
Daniel Libeskind, Zaha Hadid o altri interpreti
dell’architettura, di isolarli perché così facendo
potremmo solo trarne profili individuali
interessanti, ma non ci basta! Ciò che qui, interessa
è guardare in generale il magamatico movimento che
dai tavoli della ricerca architettonica si evidenzia
in questo momento. Non è difficile ma neanche facile,
occorre uno studio attento e particolareggiato di
certe esperienze, derivate da particolari teorie;
proviamoci! Quei tanfi, quei colori, quelle nebbie di
cui parla il Prof. Bruno Zevi, citando Leonardo,
secondo me, riecheggeranno per molto tempo, perché
proprio adesso, si trovano sul tavolo di prova
dell’architettura e sotto il microscopio della critica
d’avanguardia (quella che con i concorsi e negli studi
di architettura, vive in prima persona respirando
l’atmosfera dello sconvolgente mondo digitale toccando
con mano, verificando le innumerevoli sovrapposizioni
e le molteplici contaminazioni fra i programmi di
nuova generazione che permettono il controllo di forme
complesse proponendo risultati; molti previsti altri
inaspettati. E’ forse stata raggiunta la ‘fusione’?!
vedi Do Androids Dream of Eletric Sheep? di
PhlipK.Dick. E allora ecco “le ombre… le
trasparenze…le evanescenze…”.Ciò che voglio dire è che
mai come in questo momento l’impegno ed il lavoro
delle giurie diventa fondamentale. Devono affrontare,
infatti, elementi di rappresentazione e linguaggi
espressivi per la maggior parte a loro sconociuti e,
badate bene, non è un discorso che riguarda le
pendenze degli scarichi, i metri quadri di cubatura o
la forma degli infissi!
Anche stavolta la lezione di Zevi ritorna; quando
avvertiva declamando che non si può interpretare la
casa sulla cascata di Wright con i valori con cui
s’interpreta la Cappella Sistina. Ebbene, quei momenti
sembrano tornati con fragore assordante (o forse ci
sono sempre stati), gli ambienti di un concorso e i
gruppi che si alternano costruendo i mattoni per una
nuova architettura, molto probabilmente tacciono la
loro energia o la comprimono aspettando il momento
giusto. Questo momento tarderà ad arrivare per una
difficoltà diciamo ‘logistica’; metaforicamente
immaginiamo che la gamma di emittenza trasmessa
(progetti presentati) è molto più larga di quello che
il ricevitore (commissione giudicante) riesce a
recuperare e molti messaggi si perdono! Nessun
rimpianto, sempre meglio adesso rispetto a quando
questa energia esplosiva era azzerata o ammutolita a
favore di amplessi post-moderni o idiosincrasie
pseudo-classicheggianti capaci di infettare le
facoltà. Quelli che non erano capaci di azzardare
post-modernismi (perché ci vuole coraggio), si
accontentavano di tipologie ‘mute’, indifferenti,
volumi puri che prima di essere spazio architettonico
erano già ‘memoria’.
Questa non è stata cultura o una fase storica
avvincente, ma un’attesa per quello che viviamo oggi !
Vero o no, penso proprio che l’era digitale stia,
permettendo, una nuova ‘rinascenza’ legata
indissolubilmente alla rete e in ogni modo,
all’informazione. Forse una prova di connessione o
forse la preparazione di territori nuovi per altre
generazioni, in ogni caso è la premessa ad una
‘intelligenza collettiva’ che grazie alla rete
dimostra una maturità complessa, capace di civilizzare
e di escludere atteggiamenti autoritari isolandoli
nella loro banale pochezza di mezzi espressivi.
Ho sempre preso in considerazione, in questa serie di
scritti, gli aspetti limite delle trasformazioni, i
punti labili dove la struttura della rete e
conseguentemente dell’architettura può cedere o
indebolirsi. Infatti, anche nella rete, c’è sempre il
rischio di generare conventicole (parafrasando Tom
Wolfe in ‘Maledetti architetti’, edito tra i saggi
Tascabili Bompiani) d’impronta oligarchica, anche
queste le conosciamo bene, si comportano tutte allo
stesso modo con i loro metodi di convincimento
subliminali. La realtà tecnologica e la cultura
comunicativa a tutti i livelli, avendo affinato i
metodi interpretativi, li verifica subito come un
perfetto “antivirus” azzerando le banalità e gli
interessi di parte!
Teniamo presente, però un dato di fatto come ci
suggerisce la frase di P. Lévy : “[…] La
pianificazione del cyberspazio, ambiente di
comunicazione e di pensiero dei gruppi umani, è uno
dei principali traguardi estetici e politici del
prossimo secolo”.
Da P.Lévy, L’intelligenza collettiva. Feltrinelli ,
Milano, 1966.
E’ un rischio che io chiamo ‘pieghe’ che dobbiamo
correre perché fisiologicamente previsto, perciò
bisigna rimanere attivi e culturalmente svegli.
Non dimentichiamo neanche l’utile e fondamentale opera
di chi scandaglia continuamente questo nuovo mondo
informatico, proponendo intuizioni e studi che usano i
termini giusti da conoscere per maturare riflessioni e
a tal proposito, prendiamo per esempio Paul Virilio in
uno degi suoi ultimi saggi intitolato, non a caso
‘L’incidente del futuro’ dice:
“[…] dopo l’era della standardizzazione dei
prodotti e dei comportamenti della società industriale
dei consumi, è la volta, dunque, dell’era della
sincronizzazione dell’opinione”.
Altra ‘piega’, da mettere in conto, i significati e i
concetti possono trovarsi catalogati secondo schede
classificate e distribuite a peso secondo le
possibilità economiche.
Sappiamo anche questo perché il Prof. Zevi ci aveva
avvertito nessuno può negarlo! I suoi scritti nei
numerosi e appassionanti testi, sono alla portata di
tutti. Ricordiamo che è stato capace (non è da tutti
credere così fermamante nell’architettura) anche di
rinnovare editorialmente la divulgazione
dell’architettura. Le riflessioni, le intuizioni, le
scoperte non devono essere pagate a peso d’oro (100
pagine de ‘IL SAPERE’ – enciclopedia tascabile – dagli
economici tascabili NEWTON a lire 1.500 è stata una
sorpresa per tutti – contro i suoi stessi manuali che
raggiungevano le 100.000 lire di ‘Storia
dell’architettura moderna’ Einaudi collegato a ‘Spazi
dell’architettura Moderna’ con un prezzo maggiore!).
Facile dimostrarlo; guardate quanto costa
l’architettura scritta e illustrata! (N.B. cambiò il
formato e diminuì il prezzo, adesso è cambiato solo il
formato!!!).
Dall’inizio, tra le righe del particolaristico C.L.
Ragghianti in SELEARTE fino ai giovani critici
contemporanei, almeno due generazioni d’appassionati
dell’architettura (tra cui, chi vi scrive), si sono
nutriti del suo linguaggio e della sua cultura, ma
pochi possono veramente usare tali strumenti.
Battagliare (dialetticamente e culturalmene, è chiaro)
contro qualunque ordine che si sospetta si stia per
costituire. Perché è banale dirlo, ma la ciclicità di
certi eventi è troppo evidente, nella maggior parte
dei casi gli ordini costituiti generano appartenenze,
le appartenenze generano gerarchie, le gerarchie
emanano regole, le regole generano classificazioni
d’idee insieme a manierismi interpretativi e … ci
risiamo, un’altra volta?!
Rieccoci, ricaduti nelle conventicole che usano i loro
termini, i loro codici e si crogiolano tra concetti
diventati vecchi e stantii che regolano i
comportamenti e idee (quello che ci ha portati
purtroppo a vivere stagioni architettoniche più ferme
e congelate dei neo-neo-storicismi). Siccome penso che
ad ogni critica debba corrispondere una proposta
cercherò di portare a testimonianza dell’argomento,
alcuni esempi che secondo me possono realmente essere
visti come piccoli passi capaci di apportare linfa
vitale all’architettura.
Sono esempi tra le innumerevoli soluzioni progettuali
che il tempo in cui viviamo ci propone.
‘Campioni’ già costruiti facenti parte non di grandi
architetture che però si differenziano dall'insieme
per delle caratteristiche proprie di diversa
posizione, invenzione formale e strutturale, anche
questo, può determinare una "coltura" da laboratorio
per delle ricerche e le visioni progettuali future.
Un filtro sostanzialmente importante nel quadro più
generale di un’evoluzione tecnologica predominante.
Quelli che andremo a scoprire sono episodi
architettonici piccoli che però evidenziano la
‘INEDITA concezione spaziale .
Quando F.T. Marinetti descrive la sensazione che gli
dà una strada bagnata dopo la pioggia, tra i palazzi
di una città, osservando "poeticamente", che questa,
dava l’idea di sprofondare nel riflesso della notte,
fino al centro della terra, comunicava una visione di
una 'città a livelli'. Dal suo punto di vista,
proietta una soluzione utopica cogliendo un aspetto di
quella strada e di quella visione;altri hanno meditato
su questo tema della città ‘a livelli’ da Sant'Elia a
Van Doesburg a Le Corbusier e tanti altri. Questa non
è scientificità, ma poesia dell'immagine e della
ricerca che sfuma nel visione di una “città
desiderata” che da sempre sollecita l’uomo e sconvolge
i suoi sogni quando appare.
Guarda caso l’utopia è fondamentale nella storia reale
di una possibile architettura!
Dallo studio di alcuni scritti dei ‘maestri’ che hanno
analizzato e tutt’ora analizzano, questa nostra
mutante realtà in trasformazione, viene fuori
un’osservazione; infondo per ogni cattedratico che
espone la sua teoria architettonica verificata,
realizzata e ben pubblicizzata, esiste un gruppo di
appassionati che in un altro luogo, ha già pronta una
piccola e sconvolgente nuova realtà architettonica per
la quale lotterà e culturalmente utilizzerà sognando
di soddisfare il desiderio di una migliore qualità
dell’esietnza umana.
Tra le ‘pieghe’ di questa complessità, s’inserisce un
altro concetto che può tentare di chiarire
l’evoluzione dello spazio architettonico.
Uno scrittore come K.Philip Dick per esempio non crede
ai momenti topici, dai quali dipende una
trasformazione importante e dichiara che ad un
racconto che finisce con una tremenda esplosione
risolutiva, preferisce un finale in cui si sente un
vagito. La differenza sia raconto sia film, è enorme
per la sua portata concettuale e propulsiva capace di
proiettare gli eventi. Bene, l’architettura si muove,
più o meno sulla stessa traccia, palesando immagini
che nella loro parabolica discesa, possono imporsi
prepotentemente e cadere con la stessa facilità perché
non apportano niente di nuovo a differenza dei piccoli
episodi coraggiosi dove la scala d’intervento permette
di dosare con attenzione gli strumenti per la ricerca
della qualità.
L’esempio che volevo sottolineare, a proposito di
questo concetto, è l’immagine assolutamente tragica e
paradossalmente efficace della struttura rimasta in
verticale dopo il tragico evento dell’11 settembre del
2001, messa a confronto con una delle soluzioni del
concorso del gruppo di progettazione che ha espresso
secondo il mio modesto parere una delle soluzioni
migliori del concorso a cui avevano partecipato
numerosi ed importanti studi di architettura.
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