|
L’intento del lavoro presentato è quello di
riportare il problema della prevenzione di
un qualunque evento indesiderato, causa di
panico e di pericolo per l’incolumità delle
persone e di danno per le cose, nell’ottica
di un’organica progettualità, superando la
logica del rispetto passivo delle vigenti
norme, nel loro aspetto regolamentare e
prescrittivo, per coglierne i significati,
in termini di corrispondenza agli obiettivi
da raggiungere, connessi alla riduzione in
limiti accettabili del rischio che si
manifesti un evento pericoloso, tale, ad
esempio, da compromettere la stabilità della
struttura o comunque l’uso degli ambienti
che lo costituiscono.
Il modello d’interevento che segue
rappresenta la concretizzazione delle idee
accennate precedentemente, riguardante la
sicurezza per i fruitori dell’opera.
Il check-up di tale sicurezza rappresenta
una metodologia d’attivazione di almeno due
importanti strategie di cambiamento
organizzativo:
-
la strategia informativa “data based”,
basata sulla socializzazione
dell’informazione e della comunicazione,
attraverso l’interpretazione comune dei
dati e la partecipazione attiva alla
formulazione delle linee d’azione per
attuare il cambiamento;
-
la metodologia del coinvolgimento,
dei protagonisti del contesto in esame,
in tutte le fasi della ricerca, in modo
che gli individui si sentano soggetti
attivi dell’intervento e se ne
approprino, insieme alle problematiche
ed al cambiamento e ne siano promotori
verso gli altri. I principi cardine di
questo tipo d’intervento possono così
essere sintetizzati: informazione,
coinvolgimento e partecipazione di tutti
i componenti di un contesto sociale
riguardo le problematiche degli
infortuni e della sicurezza in ambito
non solo lavorativo ma anche gestionale.
La diagnosi di clima della sicurezza
interviene su due livelli: psicologico e
strutturale. Attraverso il cambiamento degli
atteggiamenti tale metodo orienta
maggiormente gli individui alla sicurezza e,
incentivando l’utilizzo dei risultati,
riesce a realizzare quelle modifiche che
sono necessarie ai fini della sicurezza,
superando così eventuali difficoltà
tecnico-organizzative.
Tali modalità di approccio creano
inevitabilmente forme di resistenza che, per
un paradosso solo apparente, si risolvono
proprio con le stesse modalità che in
origine hanno generato resistenza e rifiuto.
La partecipazione di tutti gli individui
dell’organizzazione che consentono loro di
sentire il tutto come una loro realizzazione
deve riguardare ogni fase dell’intervento:
raccolta, analisi ed interpretazione dei
dati.
L’efficacia degli elementi che emergono dai
dati è direttamente proporzionale al
coinvolgimento degli individui nella
ricerca; all’interpretazione dei dati segue
la divulgazione degli stessi che provoca uno
scambio di comunicazioni tra i protagonisti
della diagnosi organizzativa ed i fruitori
della stessa. Da ciò nasce un confronto di
opinioni tra gruppi che consente una
maggiore creatività ed autonomia individuale
rispetto all’organizzazione.
Le conseguenze applicative di quanto detto
sopra sono legate alla diffusione dei dati
della diagnosi a tutti i protagonisti e
destinatari della stessa. Ciò consente
quello che si definisce il ritorno dei
risultati, ossia la traslazione dei
risultati ottenuti nella fase cantieristica
riportati in questa seconda fase.
Per soddisfare i requisiti della sicurezza
gestionale di un’opera bisogna analizzarne
le funzioni, perché la tollerabilità del
rischio dipende anche dalle varie attività
che ivi si svolgono.
Da una valutazione probabilistica del
rischio si può giungere ad una definizione
da tenere in considerazione per ridurre al
minimo gli eventi indesiderati.
Il rischio è pertanto un insieme di
condizioni che possono causare danni a
persone o cose.
Il valore del rischio di un evento temuto
è una funzione che dipende direttamente sia
dalla probabilità d’accadimento dell’evento
che dalle sue probabili conseguenze e può
essere rappresentato da un’espressione del
tipo:
dove:
R = Rischio associato ad un
evento;
P = Probabilità che avvenga un
evento;
M = Magnitudo;
p = Probabilità della presenza
dell’uomo al verificarsi dell’evento;
K = Formazione ed informazione delle
persone esposte al rischio.
I primi tre parametri possiamo assumerli
come direttamente proporzionali al livello
di rischio: maggiori sono la probabilità
d’accadimento, la magnitudo e la presenza
dell’uomo, maggiore è l’entità del rischio.
Il quarto parametro (K) è, invece,
inversamente proporzionale al livello di
rischio, in altre parole: maggiore è
l’informazione e la formazione specifica
delle persone, minore sarà la probabilità
che accada l’evento e l’entità del danno.
Pertanto, l’espressione matematica del
rischio può essere semplificata nella
seguente:
Generalmente tal espressione è semplificata
nell’espressione:
avendo
inglobato il parametro p nella
probabilità P dell’evento dannoso.
La valutazione
probabilistica del rischio passa attraverso
tre fasi:
- individuazione degli eventi
potenzialmente pericolosi;
- stima della probabilità che un
determinato evento si verifichi;
- valutazione delle relative conseguenze.
Sia R l’indice di rischio connesso
ad una determinata attività (espresso in
numero di persone coinvolte da un evento
dannoso nell’arco di un anno), M un
parametro indicante la gravità dei danni,
F la frequenza dell’evento (eventi/anno)
e n il periodo in anni, si ha:
Siccome non è
concepibile un’attività umana a rischio zero
per l’impossibilità pratica di annullare uno
dei due fattori M e F, il
termine sicurezza indica presenza ridotta di
rischio (o rischio a limite accettabile).
Si può
considerare la gravità del danno legata
anche ad altri fattori: fermo restando il
termine indicante il numero delle persone
coinvolte, si può introdurre l’ampiezza
dell’area o la superficie interessata.
La
probabilità d’accadimento di un evento
dannoso, in questa sede, è funzione
essenzialmente dello stato di fatto
“tecnico” ovvero delle condizioni di
sicurezza legate alla situazione delle fonti
di rischio individuate.
La validità
del rischio, in generale, è ritenuta di
fondamentale importanza perché consente di
assegnare la giusta priorità d’intervento
secondo la gravità.
La sicurezza
viene attuata attraverso sistemi di
prevenzione e sistemi di protezione: i primi
limitano la probabilità dell’accadimento
dell’evento; i secondi, con lo scopo di
limitarne i danni, li riducono entro limiti
accettabili.
Da quanto
detto sopra scaturiscono immediatamente le
seguenti considerazioni:
_ il rischio è tanto maggiore quanto lo è
la frequenza d’accadimento indesiderato e
quanto maggiore è la gravità dell’evento;
_ poiché il rischio è il prodotto di due
probabilità, lo stesso potrà essere molto
piccolo, ma non potrà mai essere zero
(natura probabilistica del rischio).
La valutazione
probabilistica del rischio passa attraverso
tre fasi:
_ individuazione degli eventi
potenzialmente pericolosi, che possono dar
luogo ad un incidente;
_ stima delle probabilità che un
determinato evento accada;
_ valutazione delle relative conseguenze.
Ciò richiede
la disponibilità dei dati statistici che
spesso non sono reperibili.
Si definisce,
inoltre, rischio residuo ciò che resta tra
il più basso livello conseguito ed il
rischio zero.
Per la
sicurezza in fase gestionale è importante
analizzare soprattutto la problematica della
prevenzione incendi, sia realizzata
attraverso sistemi passivi sia attraverso
sistemi attivi (che analizzeremo calandoci
nella realtà dell’edificio polifunzionale).
Prima di
entrare nello specifico in esame analizziamo
brevemente la classificazione degli incendi
secondo il comitato europeo delle
normalizzazioni (C.E.N.) e l’ente
unificazioni italiano (U.N.I.):
-
classe A = incendi di materiali
solidi;
-
classe B = incendi di liquidi
infiammabili;
-
classe C = incendi di gas
infiammabili (idrogeno, metano, acetilene);
-
classe D = incendi di sostanze
chimiche;
-
classe E = incendi di
apparecchiature elettriche sotto tensione.
Tenendo
conto di un’ipotetica insorgenza di un
incendio all’interno dell’edificio
polifunzionale, il sistema di vie di uscita
deve garantire che le persone possano, senza
assistenza esterna, utilizzare in sicurezza
un percorso senza ostacoli e chiaramente
riconoscibile fino ad un luogo sicuro, entro
un determinato tempo prestabilito.
A tal fine,
tenendo presente un numero massimi di
persone prevedibili, la loro conoscenza del
luogo e la loro capacità di muoversi senza
assistenza (anche se alcuni dati,
logicamente, non potranno essere molto
precisi), nella predisposizione del piano
d’emergenza si è dovuto tener conto delle
azioni che i lavoratori devono mettere in
atto in caso d’incendio, le procedure per
l’evacuazione sia del personale di servizio
sia per i visitatori, le disposizioni per
l’intervento dei vigili del fuoco e per
fornire le necessarie informazioni al loro
arrivo, con eventuali specifiche misure per
assistere persone disabili.
Penso che
all’interno dell’edificio di studio sia
opportuno prevedere del personale tecnico
suddiviso in varie attività di controllo:
specializzato nel servizio antincendio e
nella gestione delle problematiche di
sicurezza in generale; per servizi di
portierato e di custodia (all’entrata
dell’area interessata dalla costruzione,
sull'ingresso principale dell’edificio
stesso e per controllare le uscite, sia
normali sia di sicurezza, per il controllo e
l’indirizzamento del flusso dei visitatori);
per il presidio delle sale espositive per la
sicurezza dei beni e delle opere esposte.
Il personale
che si occuperà di tali servizi dovrà essere
specializzato ed addestrato all’impiego
degli estintori e dovrà conoscere le
normative in materia di sicurezza
La
progettazione delle vie di esodo
dell’organismo edilizio costituisce
un’importante misura di protezione passiva
prevista nelle norme incendi; per le opere
destinate alla collettività (come quella
presa in esame) essa assume un ruolo
prioritario ed insostituibile. Per questo
motivo è stato predisposto un corretto
sistema di vie d’uscita dai locali dove
possono essere presenti molte persone, tali
che in ogni circostanza sia garantita
un’adeguata via di scampo.
Anche se le
norme italiane impongono dei limiti di
sicurezza, esse costituiscono un requisito
necessario ma non sufficiente al fine di
garantire un elevato livello di sicurezza,
pertanto, per una visione globale di
sicurezza, si è ritenuto opportuno adottare
misure integrative a quelle minime previste
dalle stesse norme.
Fra i
requisiti da mettere in rilievo, trattandosi
di un edificio ad uso collettivo, occorre
mettere in conto tutti gli elementi atti a
prevenire eventi pericolosi e, non potendosi
annullare il rischio, elementi di carattere
protettivo ad evento accaduto.
Nella
prevenzione incendi, l’evento incendio non è
che uno dei rischi che si corrono nel
prevedere edifici nei quali c’è la presenza
di molte persone, così come si dovranno
considerare le particolari attività che in
essi si svolgono. Fra i requisiti da
considerare sono presi in esame quelli
attinenti l’evacuazione in situazioni di
emergenza. Trattandosi di una costruzione
per la collettività occorre esaminare
preliminarmente, con la massima attenzione,
quali sono i fattori che influenzano le
modalità di fruizione degli spazi, i
percorsi da fare per uscire ed i tempi di
esodo delle persone.
Il problema
dell’esodo di persone minacciate da un
incendio o da altro evento comporta lo
studio di numerosi fattori, che vanno dalle
caratteristiche del fabbricato alle
condizioni psico-fisiche delle persone,
dalle caratteristiche delle vie di esodo al
livello di rischio derivante dai materiali
interessati dall’incendio.
E’
necessaria una conoscenza approfondita della
materia che consenta di effettuare, già in
fase di ideazione progettuale, scelte
e soluzioni opportune e definite in modo
corretto.
Per
perseguire tale obiettivo è stata introdotta
una corretta impostazione progettuale,
integrando in modo armonico le molteplici
esigenze progettuali (statico,
impiantistico, funzionale, architettonico ed
economico) con quelle attinenti la
sicurezza, in modo da ottenere valori
puntuali e precisi.
Procedendo
in tal modo si è arrivati a definire
matematicamente alcuni concetti fondamentali
quali capacità di deflusso (C)
e velocità di esodo.
La prima è
una grandezza utilizzata per calcolare il
numero dei moduli di uscita (Nmod)
per l’evacuazione del numero massimo di
persone presenti (NMax);
ossia:
Tale espressione rappresenta il numero delle
persone che possono defluire attraverso
un’uscita della larghezza di un modulo in un
intervallo prestabilito:
con:
dL = densità lineare di
flusso (pers/m.);
V = velocità di deflusso (m/s);
t = tempo d’evacuazione massimo (s).
Quest’ultima
relazione evidenzia la dipendenza della
capacità di deflusso dai fattori
influenzanti la mobilità delle persone ma
anche dal tempo d’evacuazione.
In
condizioni d’emergenza la percezione del
pericolo incute paura e stimola una risposta
che provoca il movimento.
La velocità
del movimento può assumere diversi valori in
intensità direzione e verso.
La velocità
d’esodo normale può essere determinata
attraverso la funzione:
|
V = 1,3
– 0,0901 dL4,3758
con dL<1,2
V = 1,272 dL-0,7954
con dL
>1,2 |
Dall’esame dei
dati sperimentali ottenuti è possibile
costatare che, nel caso di percorsi larghi m.1,20,
le persone tendono a disporsi su due linee
parallele, mentre per lunghezze uguali o
superiori a m. 1,80 tendono a disporsi su
linee sfalsate.
|
Tipo
d’evacuazione |
V |
Dens. Di
deflusso ds |
Dens. D
lineare di defl.dL |
Indice
d’affollamento |
Distanza di
marcia |
|
Normale |
0,67 |
1,54 |
0,92 |
0,65 |
1,08 |
|
D’emergenza |
0,5 |
3,7 |
2,22 |
0,27 |
0,45 |
|
Critica |
0,33 |
4 |
2,4 |
0,25 |
0,42 |
Parametri del moto in funzione del tipo
d’evacuazione.
Dallo
schema precedente si nota che è possibile
una classificazione per tutti i casi
d'evacuazione: per ogni diversa condizione
d’esodo mutano i parametri fondamentali, tra
cui la velocità di deflusso e l’indice
d’affollamento che aumenta a mano a mano che
si passa dal movimento normale a quello
critico, fino ad arrivare alla condizione di
panico, in cui la velocità di deflusso si
annulla.
Nelle
situazioni estreme di panico, quando la
superficie a disposizione d’ogni persona
raggiunge il valore di 0,2 mq/pers., il
contatto fisico è inevitabile.
Si genera in
tal caso una pressione fisica che può
raggiungere, anche se raramente, valori
insostenibili con conseguente schiacciamento
delle persone che possono riportare
conseguenze fisiologiche anche gravi.
La velocità
di deflusso in tal caso è prossima a zero
(evacuazione di panico).
La
progettazione delle vie d’esodo è legata al
tempo necessario per lasciare l’edificio in
sicurezza ed è definito come tempo
d’evacuazione (tev). Quest’ultimo
dipende dai parametri dell’incendio, vale a
dire dal tempo che impiega a passare dalla
fase iniziale d’ignizione fino a quella di
flash-over (incendio generalizzato)
in cui le condizioni dell’ambiente non sono
più compatibili con la presenza delle
persone.
La durata
dell’evacuazione è costituita da una somma
di tempi parziali:
dove :
tr = tempo di ritardo ;
ta = tempo d’azione.
Si ha,
quindi:
Tper = tempo di percezione o di
reazione;
tric = tempo di ricognizione.
Inoltre:
dove:
tul = tempo d’uscita;
ti = tempo d’imbocco;
ts = tempo discesa scale;
tua = tempo d’uscita all’aperto.
Il tempo
d’evacuazione disponibile (intervallo
trascorso fra la percezione dell’incendio e
l’istante in cui le condizioni del locale
diventano intollerabili per l’uomo) è dato
da:
Il tempo
tper è impiegato per percepire
l’incendio e pertanto non può essere
computato ai fini dell’evacuazione.
La normativa
italiana tiene conto indirettamente del
tempo di sfollamento, fissando, in maniera
diversa, le capacità di deflusso delle
uscite in funzione della quota del piano dal
quale deve avvenire l’esodo.
Il tempo
d’evacuazione disponibile è quello massimo
ammissibile.
Poiché non è
facilmente determinabile si fa coincidere
con il tempo d’esposizione massimo
ammissibile, che è un intervallo
prestabilito corrispondente al tempo di
permanenza o d’esposizione massimo
ammissibile di una persona media ad
un’atmosfera contaminata dai prodotti della
combustione.
Rappresenta il
tempo necessario per raggiungere un luogo
sicuro da parte di un numero di persone
coinvolte in un incendio pari alla capacità
di deflusso, al limite delle condizioni
critiche. Tale tempo è generalmente stimato
in 90 secondi per i percorsi a piano terra e
primo piano (dei quali 10/15 persi per il
disorientamento iniziale e per gli
inconvenienti prodotti dal fumo) del centro
espositivo.
Quindi la
lunghezza delle vie d’esodo è la massima
distanza percorribile da un qualsiasi punto
del piano dell’edificio ad un luogo sicuro
(od all’aperto).
Il suo valore,
stabilito dalle norme è:
dove :
LMAX = massima
distanza ;
V = velocità di deflusso ;
t = t =
tempo massimo ammissibile in atmosfera
contaminata dai prodotti della
combustione.
Le distanze
così determinate dipendono, oltre che dalla
velocità di deflusso, dal tempo massimo
d’esposizione; nel caso dell’edificio
oggetto di analisi, assumendo come tempo
massimo ammissibile d’esposizione di una
persona, in atmosfera contaminata dai
prodotti della combustione, il valore
prudenziale di 60 secondi, e come velocità
di deflusso in piano un valore pari a 1.3
m/sec., la massima lunghezza delle vie
d’esodo è risultata 78 m (maggiore di quelle
effettive dell’edificio).

Vie d’esodo a quota +0.50.

Vie d’esodo a quota +4.80.
Le norma
vigenti che regolano il dimensionamento
delle vie d’esodo tengono in poco conto le
caratteristiche del locale (che dovrebbero
essere invece fattori sicuramente
importanti, legati al rischio di tossicità).
Per stabilire
le relazioni che relazionano le vie d’esodo
al rischio di tossicità di un ambiente
occorre riferirsi ad una serie di parametri
di cui i più espressivi sono la classe
d’incendio (C) ed il fattore
di ventilazione (Vent).
Tale fattore,
adottato dalla tecnologia antincendi per la
determinazione del tempo al quale
corrisponde la temperatura massima di un
incendio reale, è espresso da:
dove:
Vent = fattore di
ventilazione;
AV = area della
superficie di ventilazione;
At
= area totale;
h =
media ponderata delle altezze delle aperture
di ventilazione.
La classe
dell’incendio rappresenta invece un
parametro espressivo delle conseguenze di
pericolosità dell’evento considerato.
Corrisponde
al numero che esprime in minuti primi la
durata equivalente dell’incendio nel
compartimento, arrotondato ad uno dei
seguenti valori: 15-30-45-60-90-120-180.
Viene
calcolato secondo quanto riportato nella
Circolare Ministero Interno D.G.S.A. n° 61
del 1991, ossia:
dove :
K = coefficiente di riduzione;
q = carico d’incendio.
Tali valori
servono per determinare i livelli di rischio
dell’immobile, che varieranno secondo la
disposizione dei locali, dal piano preso in
considerazione, dalle diverse attività
svolte nei vari comparti, dai materiali e da
altri parametri.
Una volta
valutato il livello di rischio è possibile,
regolando il massimo tempo d’evacuazione in
45, 60 e 90 secondi, rispettivamente per un
rischio elevato, medio e basso, ottenere i
valori delle lunghezze delle vie d’esodo e
della capacità di deflusso.
I valori della
capacità di deflusso così determinati
(valori di calcolo) dovranno essere
adeguatamente corretti per tener conto sia
delle incertezze di cui sono affetti i dati
utilizzati nello studio sia del tipo di
folla cui l’evacuazione si riferisce.
I dati della
tabella 3.21 si riferiscono
all’esemplificazione del piano terra di un
centro polifunzionale (i valori delle vie
d’esodo dell’edificio sono inseriti tra
parentesi: si vede che sono compresi tra i
valori minimi necessari; sono stati anche
adeguati i valori di deflusso, per tener
conto delle eventuali incertezze), validi
per l’evacuazione in piano e riferiti al
primo stadio di rischio.
Nella verifica
delle vie d’esodo ho usato l’equazione:
con:
tdisp tdisp
= stima del tempo disponibile, dal tempo
di sviluppo dell’incendio e di riempimento
del volume disponibile da parte del fumo;
tesodo = stima del tempo
necessario per l’esodo delle persone
dall’edificio.
|
Rischio |
Tipo
d’evacuazione |
Velocità di
flusso (m/sec) |
Tempo max
d’evacuazione |
Lunghezza
delle vie d’esodo |
Densità
lineare di flusso (pers/m) |
Portata di
deflusso (pers/sec) |
Capacità di
deflusso |
|
Elevato |
Critica |
0.33 |
45 |
15 (14.80) |
2.4 |
0.79 |
36 |
|
Modello |
D’emergenza |
0.5 |
60 |
30 (24.80) |
2.22 |
1.11 |
67 |
|
Basso |
Normale |
0.67 |
90 |
60 (54.00) |
0.92 |
0.62 |
56 |
Parametri delle vie d’esodo in relazione al
rischio.
Stiamo
dunque parlando in termini di sistema
sicurezza.
Il
sistema di sicurezza ha lo scopo di
eliminare e, dove questo non fosse
possibile, di controllare le situazioni di
pericolo che possono interessare l’organismo
architettonico, ad esso è demandato il
compito di evitare danni alle persone, ai
beni ed all’ambiente interno ed esterno,
ovvero che sia oggetto di danni provenienti
dall’esterno; ha inoltre la funzione di
assicurare il rispetto della normativa e
della legislazione della sicurezza
nell’esercizio dell’attività.
Con
l’analisi del sistema sicurezza sono
individuate opere ed attuate misure che
riducano od eliminino il rischio (caso
dell’incendio: compartimentazione delle
aree, impiego di strutture con adeguata
resistenza al fuoco, installazione di una
rete di rilevatori di fumo, apposizione
d’apposita segnaletica di sicurezza e
prescrizione di norme operative).
Permanendo
anche dopo tali interventi, situazioni di
pericolo, dovrà essere previsto un sistema
di sorveglianza e mezzi di protezione per
fronteggiare eventuali incidenti (caso
d’incendio: installazione di un impianto
antincendio, costituzione di una squadra
antincendio).
La
definizione del sistema si attua attraverso
il progetto complessivo del sistema di
sicurezza che prevede la singola
valutazione di ognuna delle parti in gioco:
l’organismo architettonico, i beni
contenuti, l’uomo, l’attività e
l’interazione tra esse, ovvero tra l’uomo e
l’edificio (attività svolta, affollamento)
tra l’edificio ed i beni contenuti, tra il
binomio uomo-edificio e l’ambiente, tanto a
livello urbanistico quanto ambientale.
Il progetto
del sistema di sicurezza è lo strumento
specifico per garantire il soddisfacimento
della sicurezza, che deve essere elaborato
nella fase preliminare o metaprogettuale,
facendo riferimento a quanto risulta dal
giudizio di compatibilità; esso deve
definire e pianificare:
1.
gli
obiettivi;
2.
le
modalità d’analisi;
3.
gli
interventi;
4.
l’organizzazione.
Consiste
nello studio delle due componenti
progettuali in cui si articola il sistema
sicurezza:
1.
progetto in sicurezza;
2.
progetto della sicurezza.
Il
progetto in sicurezza si effettua
seguendo, in sede di progettazione, tutte le
regole, i suggerimenti, le indicazioni
derivanti dall’esperienza, dalle conoscenze
tecnico scientifiche e dalla legislazione,
affinché la probabilità che si verifichino
eventi di rischio siano ridotte a livelli
trascurabili; esso dovrà inoltre
comprendere:
1.
una
fase di prevenzione;
2.
una
fase di protezione.
Il
progetto della sicurezza consiste nello
studio e messa a punto di un’organizzata ed
efficiente struttura d’uomini, mezzi e
procedure, affinché gli accadimenti,
susseguendo a situazioni di pericolo non
abbiano conseguenze dannose o, se questo non
è possibile, tali conseguenze siano le più
limitate possibili.
Quest’ultima
componente comprende i controlli periodici
sullo stato dell’immobile e degli impianti,
i divieti, gli obblighi e le limitazioni
gestionali, l’addestramento delle persone
coinvolte, la manutenzione e gli eventuali
adeguamenti al mutare delle esigenze.
Risulta
intuitivo che il progetto della sicurezza
completi il progetto in sicurezza perché,
per quanti sforzi possano essere stati fatti
in fase di progettazione, applicando
correttamente sia le legislazione, sia le
buone regole, sia l’esperienza consolidata,
è estremamente improbabile che i fattori e
le circostanze di pericolo possano essere
eliminati totalmente.
Abbiamo già
accennato ai metodi di protezione
antincendio sia passivi sia attivi;
vediamoli in dettaglio.
Tra i
sistemi di protezione passiva (oltre allo
studio ed alla progettazione delle vie
d’esodo ora analizzate) particolare
attenzione deve essere rivolta al concetto
di comportamento al fuoco dei materiali.
Il
comportamento al fuoco è costituito
dall’insieme delle trasformazioni
chimico-fisiche che si verificano nei
materiali comunque interessati all’effetto
dell’incendio.
Per questo
motivo devono essere considerati due fattori
importanti, soprattutto nell’ambito della
sicurezza gestionale: la resistenza al fuoco
e la reazione al fuoco.
La
resistenza attiene al particolare
comportamento degli elementi che svolgono
funzioni strutturali nella costruzione degli
edifici, siano esse funzioni portanti o,
semplicemente, separanti.
La
resistenza al fuoco è sempre riconducibile
ad un intervento di tempo di esposizione ad
un incendio standard, espresso in minuti
primi, durante il quale l’elemento
costruttivo considerato conserva i requisiti
progettuali di stabilità meccanica, di
tenuta ai prodotti di combustione e, nel
caso più generale, di coibenza termica.
Per la sua
determinazione valgono metodi di calcolo di
tipo globale e metodi di tipo
differenziato.
Nel primo
caso le normative stabiliscono una relazione
tra la durata presumibile dell’incendio ed
il carico d’incendio presente nei
compartimenti antincendi assegnando, come
caratteristica dell’incendio di prova, una
curva standard temperatura-tempo, di regola
piuttosto severa rispetto alle condizioni
d’incendio reali.
La normativa
italiana è basata su un metodo globale.
I metodi di
calcolo differenziati affrontano invece la
determinazione dei requisiti di resistenza
al fuoco, caso per caso, in relazione alle
determinate caratteristiche del
compartimento (geometria, coibenza termica
al contorno, condizioni di ventilazione,
ecc) e del “letto” di combustibile (carico
d’incendio, tipo, porosità, distribuzione
spaziale, ecc).
La
reazione al fuoco è un concetto molto
generico perché riferibile a tutti i tipi di
materiali anche a quelli cosiddetti
“incombustibili”.
Per reazione
al fuoco s’intende il comportamento di un
materiale che per effetto della sua
decomposizione alimenta un fuoco al qual è
esposto.
Mentre nella
resistenza il requisito prevalente è quello
della prestazione, nella valutazione
della resistenza al fuoco predomina il
concetto della partecipazione.
Nell’edificio analizzato, come nella maggior
parte delle costruzioni edili, la reazione
al fuoco è rilevante per la
caratterizzazione dei materiali di
rifinitura e rivestimento, nelle
pennellature, controsoffitti, decorazioni e
simili ma si estende anche all’arredamento
(quasi completamente in legno), ai tendaggi
ed ai tessuti in genere.
E’ chiaro
che, mentre per la resistenza al fuoco sono
proponibili metodi di calcolo e modelli
matematici, la valutazione della reazione
dei materiali poggia quasi esclusivamente su
basi sperimentali.
E’
importante accennare al fatto che nel centro
polivalente in esame devono essere
considerati anche i modelli di ignifugazione,
ossia quel processo che tende a migliorare
le caratteristiche di reazione al fuoco di
un dato materiale ritardando essenzialmente
le condizioni favorevoli all’instaurarsi
dell’ignizione, riducendo la velocità di
propagazione della fiamma ed i fenomeni di
post-combustione.
Nel progetto
sono considerati vari tipi d’ignifugazione:
scambio chimico, additivazione,
impregnazione e rivestimento, realizzati
mediante vernici intumescenti.
Entrando
ancor di più nel concreto, analizziamo i
metodi di protezione passiva utilizzati nel
progetto in esame:
- metodi
di modificazione delle concentrazioni;
-
metodi dell’effetto parete;
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metodo delle barriere antincendi;
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metodo con sistemi di ventilazione;
-
metodo con sistemi di protezione dalle
esplosioni.
Il primo
metodo è basato sulla modificazione delle
concentrazioni per aggiunta di additivi
inerti od attivi. Questi metodi sono usati
per la riduzione della velocità normale
delle fiamme delle combustioni omogenee.
Il metodo
dell’effetto parete serve per impedire la
propagazione delle fiamme in aree di rischio
per l’eventuali presenze di miscele
infiammabili (sono usate nelle pareti dei
magazzini e delle sale dei macchinari).
Il metodo
delle barriere è legato al concetto
dell’interposizione, fra aree potenziali
d’incendio, di spazi scoperti e di
strutture.
Nel caso di
interposizione di spazi scoperti, quindi
sulle terrazze, la protezione ha lo scopo
d’impedire la propagazione dell’incendio
principalmente per trasmissione di energia
raggiante. Nella terminologia delle
normative internazionali per indicare gli
elementi spaziali di interposizione si usa
il termine di distanze di sicurezza
interne, determinate, in via teorica, sul
calcolo dell’energia termica irraggiata
dalle fiamme di un incendio.
Nelle norme
sono introdotti valori ricavati
empiricamente da dati sperimentali ottenuti
dalle misure dell’energia raggiante da
incendi reali o sperimentali.
Nel caso di
interposizione di elementi strutturali
(travi e pilastri) la protezione ha lo scopo
d’impedire la propagazione degli incendi,
sia lineare (barriere locali e setti
divisori, presenti soprattutto al primo
piano) che tridimensionale (barriere totali
presenti nei vani delle scale e degli
ascensori).
Tra le
barriere totali utilizzate si elencano: gli
elementi costruttivi di chiusura dei
compartimenti antincendio, i muri
tagliafuoco ed i cosiddetti schemi solidi.
La
ventilazione, ai fini della sicurezza
antincendi, persegue due scopi: uno di
prevenzione teso a prevenire la formazione
di miscele infiammabili o tossiche e l’altro
di protezione, teso all’evacuazione di
prodotti della combustione per eliminare o
ridurre i pericoli dei fumi e dei gas caldi
i quali, mantenendo alte temperature anche
in punti lontano dall’area dell’incendio e
consentendo l’accumulazione dei gas
incombusti, contribuiscono alla propagazione
del fuoco, dando luogo ad eventuali
ignizioni esplosive dei gas incombusti.
Inoltre, la
presenza dei fumi interferisce con le
operazioni di evacuazione e con le
operazioni di spegnimento e soccorso a causa
della tossicità dei fumi e della riduzione
della visibilità.

Lucernario.
Le aperture
di ventilazione sono state realizzate
rispetto alle norme che prescrivono rapporti
precisi tra aperture e superficie totale
degli edifici. Tali norme sono regolate da
dati sperimentali e su calcoli che tengono
conto delle differenze delle pressioni
idrostatiche dell’aria all’interne ed
all’esterno dei locali.

Particolare del dispositivo d’apertura
automatica.
Qualsiasi miscela di gas o di polveri in
concentrazioni comprese entro i limiti di
esplosività può dar luogo ad esplosioni,
raggiungendo la massima pressione in
frazioni di secondo. I metodi principali di
protezione contro i rischi di esplosioni
sono essenzialmente due: il metodo di
soppressioni delle esplosioni e quello di
sfogo delle esplosioni.
Tutti i locali sono protetti anche da un
impianto a gas estinguente pulito con
erogazione attraverso ugelli a getto radiale
comandati automaticamente e collegati
permanentemente ad un impianto di rilevatori
di fumo ottico.
E’ stato previsto l’impiego di 21 estintori
portatili (di tipo approvato dal Ministero
dell’interno e di capacità estinguente),con
capacità estinguente non inferiore a
16°-89B-C (il numero è tale che l’area
protetta da ciascun estintore sia di molto
inferiore ai 150 mq: 92.45 mq circa),
ubicati in modo da non consentire ingombro
od ostacolo per le persone.
Gli estintori saranno evidenziati con
opportuni cartelli: credo che particolare
importanza debba essere assegnata alla
segnaletica di prevenzione, non solo per gli
estintori mobili d’incendio e per gli
idranti distribuiti nei diversi saloni
espositivi, ma per informare i visitatori su
tutte le prescrizioni in caso d’evento
indesiderato, indicando anche, nelle varie
sale, le uscite di sicurezza più vicine.

Pianta delle installazioni impiantistiche di
sicurezza a quota +4.80.
La scala di sicurezza esterna è sistemata
nella parte Ovest, nelle immediate vicinanze
della zona ristoro, per due motivi
fondamentali: il primo legato alla sicurezza
(si tratta della zona più centrale
dell’edificio e probabilmente la più
affollata, visto che in tale zona
s’incontrano anche i diversi percorsi
culturali); il secondo all’estetica (è
riparata dalla visuale perché, come si
evince dalle immagini, è sita in una specie
di rientranza dell’edificio).
Data la possibile presenza di persone
disabili si è ritenuto opportuno prevedere
unitamente alle scale anche ascensori per
disabili (ascensori idraulici con porte di
cabina e di piano automatiche).
Terminiamo questa trattazione con
l’analizzare in dettaglio i sistemi attivi
di protezione utilizzati nell’edificio.
Quello principalmente utilizzato è il metodo
della rivelazione automatica.
I fattori più importanti per l’efficacia
di tale sistema sono:
-
la rivelazione precoce;
-
la riduzione delle probabilità dei falsi
allarmi;
-
la rapidità d’intervento;
-
l’affidabilità.
Al concetto di rivelazione precoce è
associato il tempo minimo indispensabile a
che i percettori del sistema sensorio
captino i segnali dei parametri
dell’incendio.
I tempi di rivelazione sono influenzati dai
fenomeni che accompagnano l’incendio nel suo
particolare svolgimento e condizionano la
scelta delle grandezze fisico-chimiche
misurabili dagli organi percettori per la
rivelazione degli incendi.
Dal rapido esame delle trasformazioni
della materia e dell’energia nei processi
d’incendio, si osserva che diverse sono le
grandezze la cui variabilità in funzione del
tempo e dello spazio è suscettibile di
misurazioni e diverse sono le concezioni dei
sistemi-sensori basate sui principi della
misurazione delle variazioni delle grandezze
fisico-chimiche dei fenomeni d’incendio.
Nell’applicazione pratica sono stati
utilizzati tre principali metodi per la
percezione dei segnali dell’incendio: la
rivelazione termica (rivelatori statici,
differenziali ed a compensazione, in grado
di segnalare ogni principio d’incendio per
consentire l’immediata adozione delle misure
di sicurezza appositamente predisposte), la
rivelazione ottico-acustica delle fiamme e
dei fumi (in grado di avvertire i visitatori
delle condizioni di pericolo in caso
d’incendio) e la rivelazione ionica dei fumi
e dei gas di combustione.
E’ chiaro che esisterà sempre un limite
massimo della sensibilità dei rivelatori,
oltre il quale, le interazioni del contorno
fisico del sistema di combustione, in
particolari condizioni, possono dar luogo a
segnali di falsi allarme.
Migliori conoscenze delle condizioni
ambientali e delle interazioni dei sistemi
di rivelazione e di controllo, con i sistemi
di combustione e del sistema ambiente,
insieme all’introduzione della logica di due
o più segnali simili o diversi, possono
conseguire ottimi risultati nella riduzione
della frequenza dei falsi allarmi.
Prof. Ing. Pier Luigi Maffei
Dott. Ing. Alessandro Frolla |