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                                                    le costruzioni in rete

 Uliano Lucas, documentare un cambiamento

  Caterina Rinaldo

Data di pubblicazione: 04/2006

 
Uliano Lucas, fotografo free-lance o meglio precario, come ama definirsi quando ricorda che la sua è stata una scelta politica in una italietta in cui il giornalismo era difficile, si forma a Milano negli ambienti degli artisti e diventa un fotografo attento grazie a dei buoni maestri. Inizia perchè affascinato dal mezzo perchè <<la macchina fotografia è anarchica>>, come dirà in seguito. Ha documentato le storie delle persone, fotografando tutto ciò che lo incuriosiva e lavorando per i più importanti settimanali in cui si rifletteva politicamente.
 
 


Fotografa per dare una testimonianza del '68, delle grandi conquiste sociali dando interpretazione ad un mondo che si andava trasformando, sapendo che le sue immagini sarebbero rimaste per gli storici del futuro. Così si è occupato dell'Angola, ha visitato la Cina, l'Etiopia, preso atto delle trasformazioni e dell'emigrazione degli anni '70.

<<Sono sempre tornato sul luogo del misfatto>> afferma ironicamente eppure nel suo lavoro c'è tutta la dignità della condizione umana.
Ha lavorato a lungo sulla questione psichiatrica, documentando la realtà dei manicomi dove oltre 200 persone passeggiavano liberamente nel caos più totale. Si trattava di foto scioccanti, il problema era fare capire che la gente rinchiusa aveva gli stessi diritti di quella libera.
La chiusura dei manicomi si è avuta a seguito della pubblicazione scandalistica di alcune foto che trovarono terreno fertile e direttori sensibili e che finirono in una società in ebollizione che capiva l'importanza della denuncia.

In Puglia si occupa dei centri di salute mentale pubblicando del materiale che contrapponeva la normalità di questi luoghi alla tragica realtà documentata nel passato. Racconta l'evoluzione dei luoghi destinati alla psichiatria riuscendo sempre a tenere viva l'attenzione del lettore.

E con la stessa intenzione segue il mondo del lavoro guardando il cambiamento dei tempi e lasciando della documentazione per gli storici del futuro. La fotografia diventa così memoria, ma prima ancora un alfabeto di cui impadronirisi che ha grandi rimandi, come in Cartier Bresson. <<Per comprendere le foto di Frank è necessario avere letto le principali opere del movimento beat, questo permette di capire molto di più, per capire una foto bisogna essere colti>> dice Lucas.

Essenzialmente ha voluto raccontare quello che gli stava intorno divertendosi. Indifferente al colore o al bianco e nero preferiva essere sull'avvenimento e scattare in tranquillità. Oggi è tutto demandato al colore, mentre il bianco e nero è divenuto appannaggio di una elite. La morte della fotografia è in un museo. Un reporter risponde solo a sè stesso e alla sua etica, costruire una fotografia è un fatto personale.

La maggior parte della gente discute sulla televisione, ma in realtà il sistema della comunicazione è in mano a sei agenzie, ciò che l'Italia pubblica lo riceve e questo perchè le immagini costano. Le grandi agenzie determinano l'opinione pubblica secondo un ottica occidentale. I giornali italiani amano sempre più la spettacolarizzazione dell'avvenimento. La guerra del Golfo, ad esempio non ammetteva sangue, non c'erano morte nè paura. La guerra della ex - Jugoslavia ha fatto sì che venisse compreso tutto ciò che intorno destava clamore.

E questo spiega il perchè del reportage del bambino, alla banalità di Famiglia Cristiana si contrappongono Repubblica o il Corriere, dove il bambino viene rappresentato da Salgado che realizza delle fotografie funzionanti. Non meno influenti sono le decisioni degli sponsor: Armani non avrebbe permesso mai una pubblicazione sul lavoro minorile, gli sarebbe stata più funzionale una campagna in bianco e nero, che non l'argomento.

La fine del fotogiornalismo si è avuta perchè il tutto è finito in mano ai pubblicitari, perchè è scomparso il free - lance e si è dipendenti dalle banche dati che per fortuna sono democratiche. L'Italia ha buttato via gran parte dei grandi archivi fotografici, se si pensa ad esempio ai piccoli studi di paese, tutto questo materiale è andato al macero. E questo è avvenuto perchè c'è stata e c'è tutta una generazione di fotografi che non sanno a chi dare questo materiale, c'è un patrimonio da mettere insieme creando dei luoghi aperti, vivi.

I luoghi della discussione e della esposizione ci sono, ma il digitale ha cambiato tutto, in una fase di crisi del giornalismo moltissimi fotografi si sono avvicinati ad altri percorsi. E' nato così l'artista - fotografo o il fotografo - artista, si pensi a Ghirri o al gruppo dell'Emilia Romagna. La nuova generazione ha il desiderio di finire nel sistema museale, che attribuisce una quotazione alle immagini. In Italia il collezionismo non esiste e parlare di quotazione non è possibile. La fotografia quando entra nella speculazione è ormai nelle leggi del mercato.

Il presente e l'avvenire sono costituiti dal digitale che ha cambiato il mestiere di reporter, oggi non si spedisce più niente, il problema è risolto mediante la rete. Le redazioni chiudono il giornale a mezzanotte. Le foto del carcere di Bagdad sono state la disfatta del giornalismo, aguzzini hanno fotografato dei misfatti per poi mandarli agli amici. Perchè nessun fotoreporter è finito nel carcere? Chi mai avrebbe pubblicato le sue foto? La maggior parte dei reporter del passato erano dentro al sistema. Esistono agenzie che fanno contro-informazione? Sì ma hanno scarso potere e il loro lavoro non circola. In Italia non ci sono scuole di fotografia e soprattutto nessuno sa insegnare il digitale, i fotografi stranieri escono dall'Università, quelli italiani sono più lenti, perchè hanno imparato tutto da soli.

La Cina sta preparando fotografi eccellenti, mediante l'Università e ha un giornalismo straordinario. Come mai avviene questo? C'è stata un'alfabetizzazione di massa nelle scuole a riguardo. Il problema è sempre come porsi riguardo una storia, fare un racconto fotografico significa entrare in punta di piedi. Prima di un reportage devi capire quello che ti sta intorno. Si fanno fotografie perchè si sente di dovere partecipare.

Si pensi alla Guinea Bissau, tre quarti del paese era libero e un libro di Lucas pubblicato a riguardo, sancì questo in maniera inequivocabile, dimostrando come un libro potesse smuovere una situazione. Tutto quello che si vede fa parte di una storia politica che andava fatta capire agli altri. Lucas ha documentato la dignità, la vita e la normalità di Sarajevo durante la guerra. Rientrato dopo quattro mesi in Italia, sviluppa il materiale e lo mostra ad direttore del Corriere che stenta a crederci perchè si era data tutta un'altra immagine. Se si fosse raccontato che le donne avevano la loro fabbrichetta di medicinali, nessuno sarebbe stato disponibile a pubblicare le foto. Amica l'ha fatto e l'ha pagata salata, sia dal punto di vista pubblicitario, che di immagine.

Durante gli anni '70-'80 era difficile entrare in una fabbrica e fotografare. Il primo dato del '68 è una definizione di antiautoritarismo, il mondo operaio veniva fotografato in maniera stalinista. Molte immagini rimandano al cinema. Anche i murales sono una forma di comunicazione straordinaria, mentre gli slogan davano il tempo.

Anche i cambiamenti delle città sono descritti attraverso un lavoro notevole, l'urbanistica il territorio risentono dei cambiamenti della città. Queste hanno dei luoghi che solo chi ci vive conosce, c'è un lavoro di preparazione del racconto, poi ci sono degli input. Lucas pur non prediligendo una tecnica e una macchina fotografica in particolare ha iniziato con un Rolleiflex 6x6, la storica biottica dei fotoreporter 2.8 F degli anni '50-'60, ha poi proseguito con le Leica e le reflex in generale.

La professione di reporter significa conoscere i limiti della macchina, così come ogni pellicola ha bisogno del suo sviluppo, come asseriva il grande Ugo Mulas. L'Italia non ha una grande tradizione di immagine perchè si indicavano alcuni fotografi come utenti di una determinata pellicola e tutti credevano di diventare bravissimi usando la stessa. Nessuno spiegava chi erano questi fotografi, nè si faceva una cultura cinematografica e pittorica.

La grande rivoluzione della polaroid liberò la gente dalla soggezione dello sviluppo, tanto è vero che l'editore di Le Ore, giornale solo successivamente divenuto pornografico ebbe l'idea di aprire la pubblicazione di alcune foto dei lettori arricchendosi. Dietro ogni grande fotografo alla fine c'è sempre un grande personaggio, una grande personalità.


Uliano Lucas
Uliano Lucas, milanese, si è affermato come fotografo intorno agli anni ’70, quando documentò le lotte operaie e studentesche a Torino e Milano. È autore di diversi libri fotografici e di una serie socio-economica su alcune realtà regionali. Ha lavorato a lungo in Africa e si è occupato spesso di questioni sociali, dall’emigrazione alle forme di lavoro.
(fonte zam.it)

Bibliografia sintetica
Uliano Lucas, reporter, Mazzotta, 1983
Vivere nel milanese, Mazzotta, 1984
Fotografie perdute, ritrovate, Barbieri, 1997
Una città chiamata Milano, Barbieri, 1998
Altri sguardi, T-scrivo, 2001
Donne di questo mondo con M.Smargiassi, Diabasis, 2003
La vita e nient'altro con F.Genitori, Les Cultures, 2004


Uliano Lucas è stato ospite il 12 aprile 2006 del corso Fotografia per l'architettura e il territorio, un'attività autogestista dagli studenti della Facoltà di Ingegneria del Politecnico di Bari.
Il corso tenuto dall'Ing. Michele Cera, prevede lezioni teoriche e uscite sul campo oltre ad incontri con importanti maestri della fotografia locale e internazionale.

Fotografia per l'architettura e il territorio è anche presente al seguente indirizzo:
http://spaces.msn.com/fotografia-poliba
Per ulteriori informazioni scrivi a:
fotografia.poliba@email.it

(immagine zam.it)


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