Fotografa per dare una testimonianza
del '68, delle grandi conquiste sociali
dando interpretazione ad un mondo che
si andava trasformando, sapendo che
le sue immagini sarebbero rimaste per
gli storici del futuro. Così
si è occupato dell'Angola, ha
visitato la Cina, l'Etiopia, preso atto
delle trasformazioni e dell'emigrazione
degli anni '70.
<<Sono sempre tornato sul luogo
del misfatto>> afferma ironicamente
eppure nel suo lavoro c'è tutta
la dignità della condizione umana.
Ha lavorato a lungo sulla questione
psichiatrica, documentando la realtà
dei manicomi dove oltre 200 persone
passeggiavano liberamente nel caos più
totale. Si trattava di foto scioccanti,
il problema era fare capire che la gente
rinchiusa aveva gli stessi diritti di
quella libera.
La chiusura dei manicomi si è
avuta a seguito della pubblicazione
scandalistica di alcune foto che trovarono
terreno fertile e direttori sensibili
e che finirono in una società
in ebollizione che capiva l'importanza
della denuncia.
In Puglia si occupa dei centri di salute
mentale pubblicando del materiale che
contrapponeva la normalità di
questi luoghi alla tragica realtà
documentata nel passato. Racconta l'evoluzione
dei luoghi destinati alla psichiatria
riuscendo sempre a tenere viva l'attenzione
del lettore.
E con la stessa intenzione segue il
mondo del lavoro guardando il cambiamento
dei tempi e lasciando della documentazione
per gli storici del futuro. La fotografia
diventa così memoria, ma prima
ancora un alfabeto di cui impadronirisi
che ha grandi rimandi, come in Cartier
Bresson. <<Per comprendere le
foto di Frank è necessario avere
letto le principali opere del movimento
beat, questo permette di capire molto
di più, per capire una foto bisogna
essere colti>> dice Lucas.
Essenzialmente ha voluto raccontare
quello che gli stava intorno divertendosi.
Indifferente al colore o al bianco e
nero preferiva essere sull'avvenimento
e scattare in tranquillità. Oggi
è tutto demandato al colore,
mentre il bianco e nero è divenuto
appannaggio di una elite. La morte della
fotografia è in un museo. Un
reporter risponde solo a sè stesso
e alla sua etica, costruire una fotografia
è un fatto personale.
La maggior parte della gente discute
sulla televisione, ma in realtà
il sistema della comunicazione è
in mano a sei agenzie, ciò che
l'Italia pubblica lo riceve e questo
perchè le immagini costano. Le
grandi agenzie determinano l'opinione
pubblica secondo un ottica occidentale.
I giornali italiani amano sempre più
la spettacolarizzazione dell'avvenimento.
La guerra del Golfo, ad esempio non
ammetteva sangue, non c'erano morte
nè paura. La guerra della ex
- Jugoslavia ha fatto sì che
venisse compreso tutto ciò che
intorno destava clamore.
E questo spiega il perchè del
reportage del bambino, alla banalità
di Famiglia Cristiana si contrappongono
Repubblica o il Corriere, dove il bambino
viene rappresentato da Salgado che realizza
delle fotografie funzionanti. Non meno
influenti sono le decisioni degli sponsor:
Armani non avrebbe permesso mai una
pubblicazione sul lavoro minorile, gli
sarebbe stata più funzionale
una campagna in bianco e nero, che non
l'argomento.
La fine del fotogiornalismo si è
avuta perchè il tutto è
finito in mano ai pubblicitari, perchè
è scomparso il free - lance e
si è dipendenti dalle banche
dati che per fortuna sono democratiche.
L'Italia ha buttato via gran parte dei
grandi archivi fotografici, se si pensa
ad esempio ai piccoli studi di paese,
tutto questo materiale è andato
al macero. E questo è avvenuto
perchè c'è stata e c'è
tutta una generazione di fotografi che
non sanno a chi dare questo materiale,
c'è un patrimonio da mettere
insieme creando dei luoghi aperti, vivi.
I luoghi della discussione e della esposizione
ci sono, ma il digitale ha cambiato
tutto, in una fase di crisi del giornalismo
moltissimi fotografi si sono avvicinati
ad altri percorsi. E' nato così
l'artista - fotografo o il fotografo
- artista, si pensi a Ghirri o al gruppo
dell'Emilia Romagna. La nuova generazione
ha il desiderio di finire nel sistema
museale, che attribuisce una quotazione
alle immagini. In Italia il collezionismo
non esiste e parlare di quotazione non
è possibile. La fotografia quando
entra nella speculazione è ormai
nelle leggi del mercato.
Il presente e l'avvenire sono costituiti
dal digitale che ha cambiato il mestiere
di reporter, oggi non si spedisce più
niente, il problema è risolto
mediante la rete. Le redazioni chiudono
il giornale a mezzanotte. Le foto del
carcere di Bagdad sono state la disfatta
del giornalismo, aguzzini hanno fotografato
dei misfatti per poi mandarli agli amici.
Perchè nessun fotoreporter è
finito nel carcere? Chi mai avrebbe
pubblicato le sue foto? La maggior parte
dei reporter del passato erano dentro
al sistema. Esistono agenzie che fanno
contro-informazione? Sì ma hanno
scarso potere e il loro lavoro non circola.
In Italia non ci sono scuole di fotografia
e soprattutto nessuno sa insegnare il
digitale, i fotografi stranieri escono
dall'Università, quelli italiani
sono più lenti, perchè
hanno imparato tutto da soli.
La Cina sta preparando fotografi eccellenti,
mediante l'Università e ha un
giornalismo straordinario. Come mai
avviene questo? C'è stata un'alfabetizzazione
di massa nelle scuole a riguardo. Il
problema è sempre come porsi
riguardo una storia, fare un racconto
fotografico significa entrare in punta
di piedi. Prima di un reportage devi
capire quello che ti sta intorno. Si
fanno fotografie perchè si sente
di dovere partecipare.
Si pensi alla Guinea Bissau, tre quarti
del paese era libero e un libro di Lucas
pubblicato a riguardo, sancì
questo in maniera inequivocabile, dimostrando
come un libro potesse smuovere una situazione.
Tutto quello che si vede fa parte di
una storia politica che andava fatta
capire agli altri. Lucas ha documentato
la dignità, la vita e la normalità
di Sarajevo durante la guerra. Rientrato
dopo quattro mesi in Italia, sviluppa
il materiale e lo mostra ad direttore
del Corriere che stenta a crederci perchè
si era data tutta un'altra immagine.
Se si fosse raccontato che le donne
avevano la loro fabbrichetta di medicinali,
nessuno sarebbe stato disponibile a
pubblicare le foto. Amica l'ha fatto
e l'ha pagata salata, sia dal punto
di vista pubblicitario, che di immagine.
Durante gli anni '70-'80 era difficile
entrare in una fabbrica e fotografare.
Il primo dato del '68 è una definizione
di antiautoritarismo, il mondo operaio
veniva fotografato in maniera stalinista.
Molte immagini rimandano al cinema.
Anche i murales sono una forma di comunicazione
straordinaria, mentre gli slogan davano
il tempo.
Anche i cambiamenti delle città
sono descritti attraverso un lavoro
notevole, l'urbanistica il territorio
risentono dei cambiamenti della città.
Queste hanno dei luoghi che solo chi
ci vive conosce, c'è un lavoro
di preparazione del racconto, poi ci
sono degli input. Lucas pur non prediligendo
una tecnica e una macchina fotografica
in particolare ha iniziato con un Rolleiflex
6x6, la storica biottica dei fotoreporter
2.8 F degli anni '50-'60, ha poi proseguito
con le Leica e le reflex in generale.
La professione di reporter significa
conoscere i limiti della macchina, così
come ogni pellicola ha bisogno del suo
sviluppo, come asseriva il grande Ugo
Mulas. L'Italia non ha una grande tradizione
di immagine perchè si indicavano
alcuni fotografi come utenti di una
determinata pellicola e tutti credevano
di diventare bravissimi usando la stessa.
Nessuno spiegava chi erano questi fotografi,
nè si faceva una cultura cinematografica
e pittorica.
La grande rivoluzione della polaroid
liberò la gente dalla soggezione
dello sviluppo, tanto è vero
che l'editore di Le Ore, giornale solo
successivamente divenuto pornografico
ebbe l'idea di aprire la pubblicazione
di alcune foto dei lettori arricchendosi.
Dietro ogni grande fotografo alla fine
c'è sempre un grande personaggio,
una grande personalità.
Uliano Lucas
Uliano Lucas, milanese, si è affermato
come fotografo intorno agli anni ’70,
quando documentò le lotte operaie e
studentesche a Torino e Milano. È autore
di diversi libri fotografici e di una
serie socio-economica su alcune realtà
regionali. Ha lavorato a lungo in Africa
e si è occupato spesso di questioni
sociali, dall’emigrazione alle forme
di lavoro. (fonte
zam.it)
Bibliografia sintetica
Uliano Lucas, reporter, Mazzotta,
1983
Vivere nel milanese, Mazzotta,
1984
Fotografie perdute, ritrovate,
Barbieri, 1997
Una città chiamata Milano, Barbieri,
1998
Altri sguardi, T-scrivo, 2001
Donne di questo mondo con M.Smargiassi,
Diabasis, 2003
La vita e nient'altro con F.Genitori,
Les Cultures, 2004
Uliano
Lucas è stato ospite
il 12 aprile 2006 del corso Fotografia
per l'architettura e il territorio,
un'attività autogestista dagli
studenti della Facoltà di Ingegneria
del Politecnico di Bari.
Il corso tenuto dall'Ing. Michele Cera,
prevede lezioni teoriche e uscite sul
campo oltre ad incontri con importanti
maestri della fotografia locale e internazionale.
Fotografia per l'architettura e il territorio
è anche presente al seguente
indirizzo:
http://spaces.msn.com/fotografia-poliba
Per ulteriori informazioni scrivi a:
fotografia.poliba@email.it
(immagine zam.it) |