Da
un laboratorio di fotografia del Politecnico di Bari
uno spunto di riflessione sul quartiere San Cataldo.
Un esempio di come la buona progettazione possa contribuire
a contrastare il degrado.
Situata nella parte nord-ovest della
città di Bari, la maglia urbana del
quartiere San Cataldo è stata
oggetto – durante gli ultimi anni
– di una serie di interventi, che
hanno visto edifici moderni sorgere
accanto a testimonianze della metà
del ‘900 troppo spesso ignorate e
ostaggio di una indifferenza verso
la storia, che ne ha contaminato e
stravolto il linguaggio originale
e che ha dimostrato come esso risulti
ancora appannaggio di una cultura
d’elite.
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| Quartiere
San Cataldo a Bari - (clicca per ingrandire) |
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Le
trasformazioni intervenute durante l’ultimo
decennio, pur configurandosi come dei
segnali incoraggianti di un processo
di rinnovamento urbano, non hanno consentito
di allontanarsi dai fenomeni di degrado,
fra i quali, quello socio–culturale
e quello meramente edilizio–architettonico,
hanno assunto maggiore rilevanza.
La ricerca di un modello urbano riconoscibile,
non sarebbe più fruttuosa: ci accorgeremmo
di quanto sia arduo discostarsi dall’idea,
ormai consolidata, di luogo degradato
e della stretta interrelazione di alcuni
aspetti del quartiere con architetture
che difficilmente è possibile inquadrare
in una realtà urbana unitaria. Il problema
dell’identificazione dei luoghi discende
dall’eterogeneità degli elementi che
compongono il tessuto urbano: edifici
residenziali, edilizia speculativa,
vecchi palazzi fatiscenti, impianti
sportivi, scuole, chiese, case isolate
e costruzioni abusive. Come mettere
in relazione tutti questi aspetti?
Due
possibili ambiti di indagine potrebbero
essere quelli suggeriti da Gabriele
Basilico e Guido Guidi, l’uno da sempre
impegnato sul fronte della documentazione
delle aree urbane, l’altro dell’indagine
territoriale.
Gabriele Basilico in occasione di un seminario intitolato
La città sparpagliata,ha affermato
di vedere il centro urbano,
come un grande corpo che respira, un
corpo in crescita in trasformazione,
di cui è interessato a cogliere
i segni, osservare la forma (…).
Così
fotografando alcuni edifici lungo la
costa, si scopre come sia impossibile
riprenderne il fronte per intero, perché
essi seguono la linea del mare, assecondano
il sito su cui sorgono, assumendo a
tratti la forma di una vela o di un’onda
mosse dal vento. E da questo traspare
la precisa intenzione di realizzare
una architettura strettamente connessa
con il territorio su cui sorge, che
non cancella l’identità di un sito,
ma al contrario ne conserva la memoria.
Questo
già consentirebbe una prima identificazione
del luogo attraverso le architetture
che su di esso sono state realizzate
nel corso del tempo.
Guido Guidi aveva provato invece a leggere il territorio,
facendo parlare i luoghi attraverso
le tracce che su di essi venivano lasciate.
Di fronte a ciò che è privo di identità,
egli aveva ricercato quelli che erano
i significati nascosti e compreso il
valore che questi avevano avuto, per
coloro che erano passati di lì. |
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Così
avviene per una delle tante case del
primo ‘900, che diventa visibile solo
se fotografata attraverso un moderno
decoro in cemento, che separa il giardino
dalla strada pubblica o come per il
fronte dell’ospedale INAIL, di cui
si sottolinea la fenetre en longueur,
il cui scorrere viene turbato dalla
cancellata in ferro, che ne costituisce
la recinzione e risulta ancora più detestabile
per il colore verde, che disturba
il gioco chiaroscurale.
La ricerca delle tracce del passato,
il recupero della memoria storica
di ciò che
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La recinzione
di una Villa Liberty |
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l’uomo
ha realizzato, avviene cercando di
riportare alla luce quello che è stato dimenticato: come ad esempio gli straordinari edifici lungo
Viale Adriatico, squisitamente neo–liberty,
ridotti al silenzio dalle sciagurate
ristrutturazioni contemporanee.
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Il fronte en longueur dell'Ospedale
INAIL di G. Samonà. |
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A
ben guardare questa è una operazione
non dissimile da ciò che avviene nel
film di De Sica, Miracolo a Milano, dove il realismo
cinematografico fa volare i miserabili
delle borgate su manici di scope e dove
la vita di alcuni barboni, ambientata
in una baraccopoli, si risolve in un
clima da favola. Analogamente attraverso
la fotografia le cose reali diventano
straordinarie e quelle nascoste divengono
visibili. Ma si tratta di una ricerca
incessante: “Cerco in continuazione
ogni punto di vista – scrive Basilico
– come se la città fosse un labirinto
e lo sguardo cercasse un punto di penetrazione”.
“E del resto
nemmeno Cézanne riusciva a rappresentare
le cose con un unico segno – gli fa eco Guidi – egli aveva sempre un dubbio
(…) il suo era sempre un lavoro di
approssimazione”. Allo stesso modo
la fotografia può essere sempre altro,
non c’è niente di definitivo.
La contrapposizione
fra edilizia preesistente e nuove edificazioni
non ha consentito del resto di fare
chiarezza: da un lato sussistono ancora,
nel quartiere, delle condizioni di degrado
sia sociale sia economico, dall’altro
si ritrovano in esso segnali confortanti,
se non addirittura sorprendenti, come
le recenti costruzioni sorte lungo la
costa. Tra di esse merita di essere
menzionato Palazzo del Levante, un edificio d’angolo
situato tra Viale Adriatico e il Lungomare
Starita (in prossimità dell’ingresso
monumentale della Fiera), un’architettura
per la forma, ma anche per l’interpretazione
dei luoghi citati, da salutare felicemente,
soprattutto alla luce delle complicazioni
a tratti penalizzanti della normativa,
che sempre intervengono a condizionare
la progettazione.
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Palazzo del Levante, Arch. Davide
Cara
(fotografia A. Cannavale) |
Ma questo processo di rinnovo non può perpetuarsi
relegando, gli elementi che hanno contribuito
a dare vita alla storia dello stesso
quartiere, ad un ruolo di secondo piano.
Come ad esempio il Faro, il complesso
della Fiera del Levante, il Centro Traumatologico
Ospedaliero, solo di recente oggetto
di attenzione da parte degli addetti
ai lavori e che, a ben guardare, reca
in sé forse più di una lezione, che
come si vedrà, sarà leggibile nelle
edificazioni successive. Come ad esempio
il senso dello spazio che durante il
1948 – lo stesso anno di realizzazione
del progetto – Zevi insegnò a saper
vedere, rompendo gli schemi di una visione
dell’architettura fin troppo consolidata.
E in questo senso Basilico aveva indagato sul tema
dell’identità della città, tra preesistenza
storica e sviluppo contemporaneo, tra
utopia urbanistica e cantiere per il
futuro, in occasione di un lavoro sulla
città di Berlino realizzato nel 2002.
Quali allora gli elementi significativi per definire
l’identità del quartiere
San Cataldo? Quale il senso dell’indagine
da compiere?
In primo luogo è interessante notare il rapporto con
il mare, che qui non soggiace ad alcuna
forma di fortificazione, come avviene
a ridosso della città antica, né risente
del distacco netto di una architettura
monumentale, che pure ritroviamo nell’edificio
della Fiera del Levante, nè tanto
meno, del senso di alienazione che si
ravvisa nelle spiagge situate nella
zona a sud della città. Il mare, quindi,
come aspetto caratterizzante della maggior
parte delle edificazioni presenti: le
ville, il centro universitario sportivo,
i cantieri navali. Poi il tema della
luce usato a piacimento dagli architetti,
sia per sottolineare la necessità di
certe scelte progettuali come ad esempio
i porticati, sia per giustificarne altre,
come le grandi balconate che permettono
di fruire della vista sul tratto costiero
e difendono le abitazioni dall’eccessivo
irraggiamento, arretrandone il fronte.
E’
senza dubbio da accogliere felicemente,
tra le trasformazioni messe in atto,
l’intenzione degli architetti di fare
proprie le dichiarazioni di Bruno Zevi,
che aveva intravisto nella modernità
la vittoria dell’architettura, e che
erano volte ad indicare un orizzonte
nuovo contro le trappole della retorica. Non si tratta però
di segni privi di qualsiasi consistenza
ontologica, ma di una ripresa dei temi
del passato in una ottica evolutiva.
Sembrerebbe
di potere cogliere questo aspetto emergente,
quale carattere significativo e significante
del quartiere, nella contrapposizione
di due architetture, davanti alle quali
ci si imbatte quasi per caso: il Centro
Traumatologico Ospedaliero, progettato
da Giuseppe Samonà nel 1948 e un edificio
contemporaneo realizzato tra via Guglielmo
Marconi e il Lungomare Starita, non
oltre dieci anni fa. Ricordando un’affermazione
del critico Nicola Signorile, durante
una conversazione d’architettura, riguardante
la presenza simultanea di aspetti del
Movimento Moderno e di elementi del
primo organicismo nell’edificio del
CTO, ecco emergere la lezione di Frank
L. Wright tra i cinque punti fondamentali
dell’architettura di Le Corbusier, ecco
l’antitesi – descritta dallo stesso
Zevi – tra organicismo
e funzionalismo, sottolineata da una
dialettica di luci e ombre, in cui la
cruda materialità del luogo, simboleggiata
dal cancello semiaperto e dalle condizioni
di incuria apparente dell’edificio,
non impedisce la percezione di un’opera
immateriale, fatta soltanto di sfumature
di luce |
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| CTO,
dettaglio dei pilotys. |
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senza che vi siano limiti
al suo fluire nello spazio,
se non quelli della medesima
struttura.E
pur tuttavia siamo di fronte
ad una architettura, in cui
non si avverte un senso di
altero distacco dalla natura, bensì
un assoluto contatto tra spazio
interno e spazio esterno, quello
a verde, voluto dallo stesso
progettista per migliorare gli
spazi riabilitativi, ricordando
che se l’uomo ha una dignità,
una personalità (…), se
cioè si differenzia da un automa,
il problema dell’architettura
è anche un problema qualitativo.
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| L'edificio
lungo la costa. |
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La dialettica di luci ed ombre
del CTO diventa una sinuosa
serie di nastri che compongono
il fronte dell’edificio contemporaneo
sorto lungo la costa, linee
fluide che racchiudono uno spazio,
dove luce e cinetismo sono compresenti, facendone
materia che trascende in aspetti
scultorei, quasi plastici, in
una ricerca del rapporto con
l’esterno, continua, inarrestabile
che fa diventare lo spettatore
parte della realtà urbana. E
del resto anche l’intuizione
futurista immagina un sovrapporsi
di luce e cinematismo un movimento
sempre più veloce che smaterializza
un volume in un un’onda luminosa
… Cosa accomuna
due edifici sorti ad oltre cinquanta
anni l’uno dall’altro e come
si relaziona questa presunta
ripresa dei temi descritti con
la realtà circostante?
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Probabilmente
il fatto che con essi si ricerchi un
rapporto con l’esterno, che siano, vale
a dire, sguardi verso l’esterno, senza
essere segni privi di qualsiasi consistenza
ontologica: il fluire libero delle strutture
di Samonà fino al giardino, è una ripresa
dei temi suggeriti da Le Corbusier in
cui l’architettura diventa città e detta
i rapporti con la natura, il paesaggio,
ciò che è già costruito. Il rapporto con
la fascia costiera, suggerisce l’idea
di un fronte dell’acqua che partecipa
all’identità urbana mediante una forma
elegante, una architettura comunicante
che dialoga bene con lo spazio intorno
a sé. Allo stesso modo, sguardi verso
l’esterno sono altre architetture sorte
di recente nel quartiere, quelle in
cui finalmente si rifugge da una specie
di retorica del costruire che ha prodotto,
nella maggior parte dei casi, solo brutti
edifici e in cui si assiste ad una sperimentazione
sino ad oggi apprezzabile sono in altre
realtà urbane.
Un
incontro quindi, tra Movimento Moderno
e Organicismo nel CTO di Samonà e futurismo
e macchinismo nella costruzione contemporanea
sorta sulla costa. A distanza di oltre
cinquant’anni la lezione di Samonà viene
ripresa, senza contraddire la sensazione
che si avverte lungo le strade desolate,
durante le prime ore del pomeriggio,
di uno spazio non frammentato, sempre
continuo, mai immobile. E’ lo stesso
impianto del quartiere a suggerire questo
senso di apertura verso l’esterno dove
poche sono le strade in cui ci si trovi
di fronte ad uno sbarramento totale.
La presenza di architetture significative,
come il Faro, la Fiera del Levante,
il Cinema, vale a dire di sguardi di
apertura verso l’esterno, di elementi
che dialogano con lo spazio circostante,
senza creare uno stacco netto, senza
costituirsi come delle architetture
a sé stanti, così come distaccate sono,
le ville abbandonate immerse nel silenzio
delle prime ore del pomeriggio, rotto
solo dal mormorio dei giocatori di carte,
seduti all’angolo di una vecchia casa diroccata. E’ la lezione di Wright
che ritroviamo nel fluire libero nello
spazio delle balconate sulla costa,
a tratti interrotte da variazioni di
forma, quasi si trattasse di un oggetto
che muta il suo aspetto per adattarsi
all’ambiente circostante, quasi a consentire
una percezione diversa ad ogni istante.
Ovvero quella ricerca di altro, di incompiutezza,
di mutazione continua dello spazio,
così come in trasformazione è questo
quartiere. Ma è forse quel senso di
inquietudine, che si ravvisa nel cancello
socchiuso dell’ospedale e che pure ci
invita a percorrere velocemente, quasi
si trattasse di una fuga, lo spazio
fino in fondo alla ricerca di un altrove
o l’ombra disegnata sul fronte dell’edificio
sul mare, a confermare l’idea del tempo
che scorre, ricordando il senso di una
città che muta di continuo?
E’ un occhio di luce il Faro puntato verso il mare,
è un cannocchiale rivolto verso l’esterno
la struttura di Samonà, sono oltre cento
gli sguardi, che si immagina siano rivolti
verso la costa dai balconi di questa
architettura contemporanea, che nemmeno
tramite una fotografia si riesce a collocare
in una realtà definita. Così come indistinto
ci accorgiamo essere il confine tra
certezza e immaginario, quello stesso
che Michelangelo Antonioni ricerca in
Blow-up, nella irreale
partita a tennis, giocata dai mimi,
a cui non si può che prendere parte. |
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Sguardi verso l'esterno di
Caterina Rinaldo è tratto da:
San Cataldo indagine fotografica
su un quartiere di Bari, a cura
di Michele Cera pp. 25 - 28, Politecnico
di Bari 2006, catalogo della mostra
omonima. Inaugurazione giovedì
29 giugno 2006, ore 18,30 - Galleria
Antonelli, Bari.
Bibliografia:
Bruno Zevi, Saper vedere l’architettura, Biblioteca
Einaudi, 2004;
Riccardo Caldura, Natura della
luce, Marsilio, 1999.
Le
fotografie - dove non venga menzionato
l'autore - sono di Caterina Rinaldo.
Le immagini sono state realizzate
mediante una rollei 35, 35 mm, f =40
mm, 1:3,5 e pellicole Tmax 100 e 400
ISO.
Tutte le immagini sono state esposte
in occasione della mostra San
Cataldo indagine fotografica su un
quartiere di Bari, mentre le
fotografie rispettivamente del CTO
e dell'edificio moderno, sono pubblicate
all'interno del catalogo omonimo.
E' vietata la riproduzione.
Fotografia per l'architettura e il territorio
è anche presente al seguente indirizzo:http://spaces.msn.com/fotografia-poliba
Per ulteriori informazioni scrivi a:
fotografia.poliba(AT)email.it |
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