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SAN CATALDO
indagine fotografica su un quartiere di Bari






Politecnico di Bari, 2006

LE TERRAIN VAGUE,
la fotografia interpreta
il territorio




Politecnico di Bari, 2000

 

                                                    le costruzioni in rete

 SGUARDI VERSO L'ESTERNO

  Caterina Rinaldo

Data di pubblicazione: 06/2006


D
a un laboratorio di fotografia del Politecnico di Bari uno spunto di riflessione sul quartiere San Cataldo. Un esempio di come la buona progettazione possa contribuire a contrastare il degrado.


Situata nella parte nord-ovest della città di Bari, la maglia urbana del quartiere San Cataldo è stata oggetto – durante gli ultimi anni – di una serie di interventi, che hanno visto edifici moderni sorgere accanto a testimonianze della metà del ‘900 troppo spesso ignorate e ostaggio di una indifferenza verso la storia, che ne ha contaminato e stravolto il linguaggio originale e che ha dimostrato come esso risulti ancora appannaggio di una cultura d’elite.


Quartiere San Cataldo a Bari - (clicca per ingrandire)

Le trasformazioni intervenute durante l’ultimo decennio, pur configurandosi come dei segnali incoraggianti di un processo di rinnovamento urbano, non hanno consentito di allontanarsi dai fenomeni di degrado, fra i quali, quello socio–culturale e quello meramente edilizio–architettonico, hanno assunto maggiore rilevanza.

La ricerca di un modello urbano riconoscibile, non sarebbe più fruttuosa: ci accorgeremmo di quanto sia arduo discostarsi dall’idea, ormai consolidata, di luogo degradato e della stretta interrelazione di alcuni aspetti del quartiere con architetture che difficilmente è possibile inquadrare in una realtà urbana unitaria. Il problema dell’identificazione dei luoghi discende dall’eterogeneità degli elementi che compongono il tessuto urbano: edifici residenziali, edilizia speculativa, vecchi palazzi fatiscenti, impianti sportivi, scuole, chiese, case isolate e costruzioni abusive. Come mettere in relazione tutti questi aspetti?

Due possibili ambiti di indagine potrebbero essere quelli suggeriti da Gabriele Basilico e Guido Guidi, l’uno da sempre impegnato sul fronte della documentazione delle aree urbane, l’altro dell’indagine territoriale.

Gabriele Basilico in occasione di un seminario intitolato La città sparpagliata [1] ,ha affermato di vedere il centro urbano, come un grande corpo che respira, un corpo in crescita in trasformazione, di cui è interessato a cogliere i segni, osservare la forma (…).

Così fotografando alcuni edifici lungo la costa, si scopre come sia impossibile riprenderne il fronte per intero, perché essi seguono la linea del mare, assecondano il sito su cui sorgono, assumendo a tratti la forma di una vela o di un’onda mosse dal vento. E da questo traspare la precisa intenzione di realizzare una architettura strettamente connessa con il territorio su cui sorge, che non cancella l’identità di un sito, ma al contrario ne conserva la memoria.

Questo già consentirebbe una prima identificazione del luogo attraverso le architetture che su di esso sono state realizzate nel corso del tempo.

Guido Guidi aveva provato invece a leggere il territorio, facendo parlare i luoghi attraverso le tracce che su di essi venivano lasciate. Di fronte a ciò che è privo di identità, egli aveva ricercato quelli che erano i significati nascosti e compreso il valore che questi avevano avuto, per coloro che erano passati di lì [2] .

     
 

Così avviene per una delle tante case del primo ‘900, che diventa visibile solo se fotografata attraverso un moderno decoro in cemento, che separa il giardino dalla strada pubblica o come per il fronte dell’ospedale INAIL, di cui si sottolinea la fenetre en longueur, il cui scorrere viene turbato dalla cancellata in ferro, che ne costituisce la recinzione e risulta ancora più detestabile per il colore verde, che disturba il gioco chiaroscurale.
La ricerca delle tracce del passato, il recupero della memoria storica di ciò
che

 La recinzione di una Villa Liberty    

l’uomo ha realizzato, avviene cercando di riportare alla luce quello che è  stato dimenticato: come ad esempio gli straordinari edifici lungo Viale Adriatico, squisitamente neo–liberty, ridotti al silenzio dalle sciagurate ristrutturazioni contemporanee.

 
Il fronte en longueur dell'Ospedale INAIL di G. Samonà.
 

A ben guardare questa è una operazione non dissimile da ciò che avviene nel film di De Sica, Miracolo a Milano [3] , dove il realismo cinematografico fa volare i miserabili delle borgate su manici di scope e dove la vita di alcuni barboni, ambientata in una baraccopoli, si risolve in un clima da favola. Analogamente attraverso la fotografia le cose reali diventano straordinarie e quelle nascoste divengono visibili. Ma si tratta di una ricerca incessante: “Cerco in continuazione ogni punto di vista – scrive Basilico – come se la città fosse un labirinto e lo sguardo cercasse un punto di penetrazione”.

 “E del resto nemmeno Cézanne riusciva a rappresentare le cose con un unico segno – gli fa eco Guidi – egli aveva sempre un dubbio (…) il suo era sempre un lavoro di approssimazione”. Allo stesso modo la fotografia può essere sempre altro, non c’è niente di definitivo.

 La contrapposizione fra edilizia preesistente e nuove edificazioni non ha consentito del resto di fare chiarezza: da un lato sussistono ancora, nel quartiere, delle condizioni di degrado sia sociale sia economico, dall’altro si ritrovano in esso segnali confortanti, se non addirittura sorprendenti, come le recenti costruzioni sorte lungo la costa. Tra di esse merita di essere menzionato Palazzo del Levante [4] , un edificio d’angolo situato tra Viale Adriatico e il Lungomare Starita (in prossimità dell’ingresso monumentale della Fiera), un’architettura per la forma, ma anche per l’interpretazione dei luoghi citati, da salutare felicemente, soprattutto alla luce delle complicazioni a tratti penalizzanti della normativa, che sempre intervengono a condizionare la progettazione.

Palazzo del Levante, Arch. Davide Cara
(fotografia A. Cannavale)

Ma questo processo di rinnovo non può perpetuarsi relegando, gli elementi che hanno contribuito a dare vita alla storia dello stesso quartiere, ad un ruolo di secondo piano. Come ad esempio il Faro, il complesso della Fiera del Levante [5] , il Centro Traumatologico Ospedaliero, solo di recente oggetto di attenzione da parte degli addetti ai lavori e che, a ben guardare, reca in sé forse più di una lezione, che come si vedrà, sarà leggibile nelle edificazioni successive. Come ad esempio il senso dello spazio che durante il 1948 – lo stesso anno di realizzazione del progetto – Zevi insegnò a saper vedere, rompendo gli schemi di una visione dell’architettura fin troppo consolidata.

E in questo senso Basilico aveva indagato sul tema dell’identità della città, tra preesistenza storica e sviluppo contemporaneo, tra utopia urbanistica e cantiere per il futuro, in occasione di un lavoro sulla città di Berlino realizzato nel 2002 [6] .

Quali allora gli elementi significativi per definire l’identità del quartiere
San Cataldo
? Quale il senso dell’indagine da compiere?

In primo luogo è interessante notare il rapporto con il mare, che qui non soggiace ad alcuna forma di fortificazione, come avviene a ridosso della città antica, né risente del distacco netto di una architettura monumentale, che pure ritroviamo nell’edificio della Fiera del Levante, nè tanto meno, del senso di alienazione che si ravvisa nelle spiagge situate nella zona a sud della città. Il mare, quindi, come aspetto caratterizzante della maggior parte delle edificazioni presenti: le ville, il centro universitario sportivo, i cantieri navali. Poi il tema della luce usato a piacimento dagli architetti, sia per sottolineare la necessità di certe scelte progettuali come ad esempio i porticati, sia per giustificarne altre, come le grandi balconate che permettono di fruire della vista sul tratto costiero e difendono le abitazioni dall’eccessivo irraggiamento, arretrandone il fronte.

E’ senza dubbio da accogliere felicemente, tra le trasformazioni messe in atto, l’intenzione degli architetti di fare proprie le dichiarazioni di Bruno Zevi, che aveva intravisto nella modernità la vittoria dell’architettura, e che erano volte ad indicare un orizzonte nuovo contro le trappole della retorica [7] . Non si tratta però di segni privi di qualsiasi consistenza ontologica, ma di una ripresa dei temi del passato in una ottica evolutiva.

Sembrerebbe di potere cogliere questo aspetto emergente, quale carattere significativo e significante del quartiere, nella contrapposizione di due architetture, davanti alle quali ci si imbatte quasi per caso: il Centro Traumatologico Ospedaliero, progettato da Giuseppe Samonà nel 1948 e un edificio contemporaneo realizzato tra via Guglielmo Marconi e il Lungomare Starita, non oltre dieci anni fa. Ricordando un’affermazione del critico Nicola Signorile, durante una conversazione d’architettura, riguardante la presenza simultanea di aspetti del Movimento Moderno e di elementi del primo organicismo nell’edificio del CTO, ecco emergere la lezione di Frank L. Wright tra i cinque punti fondamentali dell’architettura di Le Corbusier, ecco l’antitesi – descritta dallo stesso Zevi [8] – tra organicismo e funzionalismo, sottolineata da una dialettica di luci e ombre [9] , in cui la cruda materialità del luogo, simboleggiata dal cancello semiaperto e dalle condizioni di incuria apparente dell’edificio, non impedisce la percezione di un’opera immateriale, fatta soltanto di sfumature di luce

 
 
CTO, dettaglio dei pilotys.
 

senza che vi siano limiti al suo fluire nello spazio, se non quelli della medesima struttura. [10] E pur tuttavia siamo di fronte ad una architettura, in cui non si avverte un senso di altero distacco dalla natura [11] , bensì un assoluto contatto tra spazio interno e spazio esterno, quello a verde, voluto dallo stesso progettista per migliorare gli spazi riabilitativi, ricordando che se l’uomo ha una dignità, una personalità (…), se cioè si differenzia da un automa, il problema dell’architettura è anche un problema qualitativo [12] .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'edificio lungo la costa.


La dialettica di luci ed ombre del CTO diventa una sinuosa serie di nastri che compongono il fronte dell’edificio contemporaneo sorto lungo la costa, linee fluide che racchiudono uno spazio, dove luce e cinetismo [13] sono compresenti [14] , facendone materia che trascende in aspetti scultorei, quasi plastici, in una ricerca del rapporto con l’esterno, continua, inarrestabile che fa diventare lo spettatore parte della realtà urbana.
E del resto anche l’intuizione futurista immagina un sovrapporsi di luce e cinematismo un movimento sempre più veloce che smaterializza un volume in un un’onda luminosa [15] Cosa accomuna due edifici sorti ad oltre cinquanta anni l’uno dall’altro e come si relaziona questa presunta ripresa dei temi descritti con la realtà circostante?

Probabilmente il fatto che con essi si ricerchi un rapporto con l’esterno, che siano, vale a dire, sguardi verso l’esterno, senza essere segni privi di qualsiasi consistenza ontologica: il fluire libero delle strutture di Samonà fino al giardino, è una ripresa dei temi suggeriti da Le Corbusier in cui l’architettura diventa città e detta i rapporti con la natura, il paesaggio, ciò che è già costruito [16] . Il rapporto con la fascia costiera, suggerisce l’idea di un fronte dell’acqua che partecipa all’identità urbana mediante una forma elegante, una architettura comunicante che dialoga bene con lo spazio intorno a sé. Allo stesso modo, sguardi verso l’esterno sono altre architetture sorte di recente nel quartiere, quelle in cui finalmente si rifugge da una specie di retorica del costruire che ha prodotto, nella maggior parte dei casi, solo brutti edifici e in cui si assiste ad una sperimentazione sino ad oggi apprezzabile sono in altre realtà urbane.

Un incontro quindi, tra Movimento Moderno e Organicismo nel CTO di Samonà e futurismo e macchinismo nella costruzione contemporanea sorta sulla costa. A distanza di oltre cinquant’anni la lezione di Samonà viene ripresa, senza contraddire la sensazione che si avverte lungo le strade desolate, durante le prime ore del pomeriggio, di uno spazio non frammentato, sempre continuo, mai immobile. E’ lo stesso impianto del quartiere a suggerire questo senso di apertura verso l’esterno dove poche sono le strade in cui ci si trovi di fronte ad uno sbarramento totale. La presenza di architetture significative, come il Faro, la Fiera del Levante, il Cinema, vale a dire di sguardi di apertura verso l’esterno, di elementi che dialogano con lo spazio circostante, senza creare uno stacco netto, senza costituirsi come delle architetture a sé stanti, così come distaccate sono, le ville abbandonate immerse nel silenzio delle prime ore del pomeriggio, rotto solo dal mormorio dei giocatori di carte, seduti all’angolo di una vecchia casa diroccata. E’ la lezione di Wright che ritroviamo nel fluire libero nello spazio delle balconate sulla costa, a tratti interrotte da variazioni di forma, quasi si trattasse di un oggetto che muta il suo aspetto per adattarsi all’ambiente circostante, quasi a consentire una percezione diversa ad ogni istante. Ovvero quella ricerca di altro, di incompiutezza, di mutazione continua dello spazio, così come in trasformazione è questo quartiere. Ma è forse quel senso di inquietudine, che si ravvisa nel cancello socchiuso dell’ospedale e che pure ci invita a percorrere velocemente, quasi si trattasse di una fuga, lo spazio fino in fondo alla ricerca di un altrove o l’ombra disegnata sul fronte dell’edificio sul mare, a confermare l’idea del tempo che scorre, ricordando il senso di una città che muta di continuo?

E’ un occhio di luce il Faro puntato verso il mare, è un cannocchiale rivolto verso l’esterno la struttura di Samonà, sono oltre cento gli sguardi, che si immagina siano rivolti verso la costa dai balconi di questa architettura contemporanea, che nemmeno tramite una fotografia si riesce a collocare in una realtà definita. Così come indistinto ci accorgiamo essere il confine tra certezza e immaginario, quello stesso che Michelangelo Antonioni ricerca in Blow-up [17] , nella irreale partita a tennis, giocata dai mimi, a cui non si può che prendere parte.


Sguardi verso l'esterno di Caterina Rinaldo è tratto da: San Cataldo indagine fotografica su un quartiere di Bari, a cura di Michele Cera pp. 25 - 28, Politecnico di Bari 2006, catalogo della mostra omonima. Inaugurazione giovedì 29 giugno 2006, ore 18,30 - Galleria Antonelli, Bari.

Bibliografia:
Bruno Zevi, Saper vedere l’architettura, Biblioteca Einaudi, 2004;
Riccardo Caldura, Natura della luce, Marsilio, 1999.

Le fotografie - dove non venga menzionato l'autore - sono di Caterina Rinaldo.
Le immagini sono state realizzate mediante una rollei 35, 35 mm, f =40 mm, 1:3,5 e pellicole Tmax 100 e 400 ISO.
Tutte le immagini sono state esposte in occasione della mostra San Cataldo indagine fotografica su un quartiere di Bari, mentre le fotografie rispettivamente del CTO e dell'edificio moderno, sono pubblicate all'interno del catalogo omonimo. E' vietata la riproduzione.


[1] La città sparpagliata, Gabriele Basilico, Udine 24 febbraio 2006

[3] Miracolo a Milano, Vittorio De Sica, 1951.

[4] Davide Cara.

[5] Cesare Augusto Corradini, 1928.

[6] Marco Zanta, Paesaggi costruiti, intervento introduttivo a La città sparpagliata, Udine 2006.

[7] L’architettura – Cronache e storia … nostre, le sue riflessioni, Paolo Marzano, Costruzioni.net 2006.

[8] Saper vedere l’architettura, Bruno Zevi, Einaudi 2004.

[9] Ibidem8.

[10] Natura della luce, Riccardo Caldura, Marsilio, 1999.

[11] Ibidem8.

[12] Ibidem8.

[13]Nelle ricerche artistiche contemporanee il fattore movimento assume un’importanza decisiva. Il termine “cinetico” infatti acquista definitivamente il diritto di cittadinanza nel mondo dell’arte degli anni ’50, quando artisti-teorici come Vasarely e Agam parlano di arti cinetiche, di “plastica cinetica” e di “arte cinetica”. A partire dal 1960 l'espressione arte cinetica entra nel vocabolario degli storici e dei critici d'arte e viene utilizzato per definire opere bi e tridimensionali in movimento reale e in movimento "virtuale", ossia di opere che si muovono effettivamente e opere in cui l'occhio dello spettatore è guidato in modo evidente, vale a dire oggetti in cui i fenomeni ottici del movimento svolgono una funzione predominante o che richiedono una partecipazione attiva dello spettatore, vuoi con il suo spostamento o con la manipolazione che va a modificarne l'assetto plastico.(fonte Arte.go)
 La poetica di questi artisti é la ricerca di una rappresentazione della realtà fisica che possa venire destrutturata e riplasmata attraverso l’attività percettiva. L’Arte Cinetica nacque anche con l'intento di conciliare arte e scienza, alla ricerca del cosiddetto "responsive eye": la risposta partecipativa, appunto, dello spettatore di fronte all'opera. Alla base di questa forma d’arte c’é, dunque, il
“movimento” che può essere oggettivo, cioè innescato da congegni mobili, oppure virtuale, cioè procurato da illusioni ottiche ottenute tramite il movimento dello spettatore.(fonte ArtFaq)

 

[14] Ibidem10.

[15] Ibidem10.

[16] Antonino Saggio, Ricominciare con il Moderno, Arch’it 30 dicembre 2000.

[17] Blow up, Michelangelo Antonioni, 1966.


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