Nel
marzo del 2008 Giovanni Chiaramonte
ha tenuto un workshop presso il Politecnico
di Bari dal tema La dimora dello
sguardo l’immagine come luogo dell’abitare,
durante il quale ha cercato di trasmettere
ai giovani la capacità di uscire
da sé stessi, dal limitato
confine delle propria famiglia, della
propria città, del proprio
paese e aprirli all’infinito degli
altri esseri umani, di ogni altra
città, di ogni altro paese,
e soprattutto di spalancare loro le
porte di una domanda incessante sul
proprio destino[1].
Egli ha detto che organo della visione
è il cuore, quel misterioso
abisso dell’io in cui l’uomo decide
di amare sé e l’altro da sé,
il finito della morte e il senza fine
della vita: l’amore che secondo Dante
muove le stelle, l’amore che è
alla base della visione umana e che
spinge in libertà a prendersi
cura del mondo e a custodire la vita
in ogni sua forma e figura[2].
Da questa importante lezione è
scaturita la mostra Torre
a Mare. Una indagine fotografica,
inauguratasi il 13 febbraio 2009 a
Bari presso la Galleria Antonelli,
protagonisti gli allievi del corso
di fotografia per la rappresentazione
e l’indagine dell’architettura e del
territorio[3]. Il corso,
tenuto ogni anno da Michele
Cera[4], colma una lacuna da tempo
ormai avvertita, nel panorama didattico
della Facoltà di Ingegneria
del Politecnico di Bari.
Intrighi di immagini - come
scrive Dino Borri[5] nella nota introduttiva
del catalogo – gli scatti esposti,
che testimoniano nella loro varietà
metaforica le differenti personalità
che animano gli sguardi, su quella
sottile linea di confine tra terra
e mare, nel terrain vague dei bordi
della metropoli vitale anche laddove
più si intravedono i segni
di povertà e di disordinate
risposte ai bisogni senza tempo[6]:
Nicolas Sgobba, fotografa
la solitudine dell’uomo e il rapporto
dell’individuo con il mondo, nell’atto
di contemplare l’infinito.
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Giorgia
Lubisco, offre una lettura
del paesaggio costiero dove compaiono
isolate figure umane, pensose e distanti.
Enrico Camarda evidenzia
la relazione irrisolta tra la strada
e il mare. Come scrive Perec, le
strade in linea di massima non appartengono
a nessuno. Sono divise, abbastanza
equamente, tra una zona riservata
alle automobili, che viene chiamata
carreggiata, e due zone, evidentemente
più strette, riservate ai pedoni,
dette marciapiedi[7].
E'
un lavoro sulla memoria
il racconto di Gianluca Verdesca,
che ricorda l’esistenza di vecchi
muretti a secco ormai seminascosti
e dimenticati, mentre Michele
Sicoli percorre lunghe prospettive,
con straordinari scatti in bianco
e nero.
Sandra Mollo narra
la varietà degli edifici che
compongono il tessuto urbano lungo
la costa: una baita, un palazzo, una
villa contemporanea, una casa della
prima metà del novecento.
Pasquale Mastroviti
coglie e contrappone dettagli molto
diversi: dall’accurata eleganza di
una griglia in ferro al degrado di
un quadro elettrico, da un improvvisato
sottovaso ad un festoso albero di
girandole coronato da un segnale stradale,
fino a scorgere un murales su una
parete di un edificio pericolante
o soffermarsi a traguardare l’eleganza
di un rampicante su una recinzione.
Un
po’ come avviene nel disegno delle
urbanizzazioni di Barragàn[8],
Rocco Pastore rifugge
dal pittoresco per radicarsi ai luoghi
in modo del tutto originale,
articolando attraverso le delimitazioni
murarie il rapporto tra la strada
e le ville che occupano i lotti[9],
Pierfrancesco Romita
lavora sulla logica del recinto:
la strada è murata, i giardini
sono murati, l’accesso non è
mai diretto, le case non sono visibili
dalla strada i loro spazi sono protetti
dall’esterno. E’ il tema
del “muro mediterraneo”[10].
Negli scatti di Giuseppe Taneburgo
lo spazio è (…) sottolineato
dall’uso del colore, dalle chiusure
tramite semplici cancellate usate
come diaframmi trasparenti[11],
mentre
Angela Fortunato,
per citare ancora l’architettura di
Barragàn, tratta il tema
dell’ingresso che lo stesso architetto
declina in una duplice direzione:
punto di sosta o come soglia - segnale
traguardato da un osservatore in movimento[12].
Matteo Catacchio
racconta lo scorrere dell’esistenza
quotidiana attraverso gesti apparentemente
semplici, come sedersi davanti all’uscio
di casa o improvvisare una piccola
rivendita. Così pure una sedia
vuota davanti ad un cancello, testimonia
la presenza umana e i battenti azzurri
di una finestra spalancata ricordano
la piacevolezza del clima mediterraneo.
Andrea Pizzi fotografa
delle superfici apparentemente banali
e che grazie al suo occhio di fotografo
assumono una loro autonomia formale.
Esse si vanno a contrapporre al tema
del rosso materico in Annapaola
Matteo dove delicate geometrie
articolano lo spazio e il materiale
a tinte forti crea effetti di contrasto
nella rappresentazione illusionistica
dei volumi,
mentre
Giuseppe Maldera
incornicia l’orizzonte marino in immagini
di straordinaria calibratura compositiva.
E’
un senso di affezione verso i luoghi,
che testimoniano gli scatti di Caterina
Rinaldo[13], verso temi e
colori del Mediterraneo legati a ricordi
ed emozioni. Come avviene nel volo
immaginario dei gabbiani che sembrano
sospesi su quella linea di confine
che separa la terra dal mare oppure
come nella lunga teoria di pedalò
che paiono muoversi controcorrente
o ancora come nella spiaggia fotografata
al tramonto dove lunghe ombre divengono
uniche figure del paesaggio.
E poi il tema dell’infinito orizzonte
in Antonio Fasanelli
che sembra più di ogni altro
avere fatto sua la lezione di Chiaramonte
e che ben può essere debitore
dell’esempio di Luigi Ghiri nella
modalità di rappresentazione
del paesaggio.
Sono proprio costoro gli autentici
protagonisti dei laboratori di fotografia
dell'architettura e del paesaggio
che vanno ad affiancare il Museo Universitario
della Fotografia del Dipartimento
di Architettura e Urbanistica di Bari
costituito nel 2006 e diretto da Pio
Meledandri. Una realtà importante
non solo perché costituisce
un sostanziale punto d’arrivo di quanto,
durante questi anni, è stato
compiuto per introdurre l’uso della
fotografia nella realtà universitaria
del Politecnico, ma anche e soprattutto
perché conferma Bari quale
fervido centro di studio e di incontro
per quanto riguarda l’uso e l’applicazione
della fotografia. Non a caso i laboratori
di fotografia dell'architettura e
del paesaggio sono tenuti da Michele
Cera, come corsi liberi a testimoniare
come passione e volontà si
possano unire per fare cultura.
Dagli anni novanta in poi, numerose
sono state le iniziative che si sono
susseguite nell’ambito dei corsi delle
facoltà di Ingegneria e Architettura
e che hanno visto ospiti importanti
come Guido Guidi, Uliano Lucas, Mario
Cresci, e di recente Giovanni Chiaramonte,
per citarne solo alcuni, a cui va
ad aggiungersi la significativa presenza
di Massimo Sordi e Stefania Rossl
a cui seguirà prossimamente
quella di Marco Zanta.
Porsi di fronte a due polarità:
l’apertura al nuovo, al diverso, all’altro
e l’accettazione del dato, del trascorso,
del ricordo come riportare al cuore
ciò che ci ha generato[14],
questa la più importante lezione
di Giovanni Chiaramonte.
[1]
Giovanni Chiaramonte,
Piccola testimonianza sul metodo,
Torre a Mare. Una indagine fotografica,
pagg.6-7.
[2] Ibidem.
[3] Il
corso rientra tra le attività
autogestite degli Studenti di Ingegneria
e Architettura del Politecnico di
Bari e viene attivato dietro richiesta
degli stessi al Consiglio degli Studenti
della facoltà di Ingegneria,
in virtù della legge 390/91
e relativo regolamento della Facoltà.
Attualmente esso è giunto alla
quarta edizione.
[4] Michele
Cera è Ingegnere Edile, attualmente
collabora con la Facoltà di
Ingegneria del Politecnico di Bari.
[5] Direttore
del Dipartimento di Architettura e
Urbanistica della Facoltà di
Ingegneria del Politecnico di Bari.
[6] Dino
Borri, Intrighi di immagini, Ibidem.
Pagg.4-5.
[7]
Georges Perec, Specie di Spazi, Bollati
Boringhieri.
[8]
Ilaria Valente,
Torres Satélite, in Le forme
del cemento plasticità a cura
di Carmen Andriani, Gangemi 2008,
pag.109.
[9] Ibidem.
[10]
Ibidem.
[11] Ibidem.
[12] Ibidem.
[13] Responsabile
dell’attività Fotografia
per la rappresentazione e l’indagine
dell’architettura e del territorio.
[14]
Giovanni
Chiaramonte, Piccola testimonianza
sul metodo, Torre a Mare. Una indagine
fotografica, pagg.6-7.