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 La termografia: uno strumento d'indagine

Maria Giovanna Pascazio, Caterina Rinaldo

Data di pubblicazione: 06/2005


Le riprese effettuate, per mezzo di una temocamera, su edifici diversi, permettono di ottenere una serie di informazioni da rielaborare, successivamente con l'ausilio del computer.


La termografia consente di distinguere i materiali, di cui è costituito un organismo edilizio, secondo la risposta emissiva di una determinata parete, soggetta ad un flusso di calore.
Ogni corpo emette delle radiazioni ad infrarosso, che dipendono dalle sue caratteristiche in funzione del calore specifico e della sensibilità termica.
L’energia viene in parte assorbita, in parte riemessa e, per mezzo di una termocamera, è possibile rilevarla, su uno schermo, sotto forma di gradazioni di colore.


   
Fig. 1. Termocamera
 
 Fig. 2 . Termocamera
 
 
Mettiamo a confronto la fotografia di questo soggetto con l’immagine ad infrarossi, quindi verifichiamo la corrispondenza tra la risposta termografica, captata dall’infrarosso e l’immagine ottica della fotografia che scattiamo con una normale macchina fotografica.
Dovremmo ottenere la stessa mappa di materiali sia in un caso che nell’altro.
Fig. 3 . Edificio in c.a.    

Se inquadriamo un soggetto che chiaramente avrà un suo intonaco o un suo rivestimento, dovremmo riuscire a leggere comunque informazioni che non vediamo, ma che sono presenti.

L’immagine che compare sullo schermo dello strumento è composta da vari colori, che dipendono dagli estremi dell’intervallo di temperatura che noi andiamo a considerare. Questi estremi sono variabili, quindi a seconda di come li impostiamo noi abbiamo tutti i 256 colori distribuiti in quell’intervallo di temperatura. Se spostiamo l’estremo superiore più a destra, i rossi e i bianchi (che sono i colori caldi nella scala dei colori) si spostano verso le temperature più alte; se invece spostiamo l’estremo superiore a sinistra, questi colori si spostano verso temperature più basse. Le temperature superiori all’estremo destro andranno quindi fuori scala e noi le vedremo tutte bianche.

Questa dinamica noi la gestiamo poi per avere una migliore distribuzione di colori all’interno della mappa. Se impostiamo male l’estremo superiore (lo mettiamo, ad esempio, troppo basso), avremo una porzione notevole dell’immagine in bianco, pertanto fuori scala; lo stesso discorso vale, al contrario, per le temperature basse. Quindi è importante settare l’intervallo in maniera tale da distribuire i nostri 256 colori tra le temperature che stiamo visualizzando.

Per farci aiutare dalla nostra inquadratura, che è arbitraria, rileviamo dalla macchina gli estremi di temperatura che sta misurando in questo momento quest’inquadratura: sta registrando 49°C del camioncino o del tubo metallico, che essendo sotto i raggi diretti del sole, probabilmente riflette gli stessi e fa registrare una temperatura così alta.

Impostiamo quindi una temperatura più alta di 36°C trascurando gli elementi metallici riflettenti. Otteniamo nuovamente un’inquadratura verde, che dobbiamo cercare di ottimizzare. I comandi si manovrano con un piccolo joystick, portando la freccia sulle nostre funzioni e impostandole con una pressione sul joystick (come un click del mouse).

Portiamo la temperatura superiore sui 40°C, in quanto 35°C è la temperatura massima che registriamo. Leggiamo invece la temperatura minima dell’inquadratura, che è 17°C e possiamo impostare l’estremo inferiore a 15°C. In termini di colore avremo una definizione migliore, cioè avremo più colori che descrivono la nostra immagine, questo significherà più informazioni che riusciremo a leggere dal nostro termografo. La distribuzione di temperatura sarà sempre la stessa.

   
     Fig. 4     Fig. 5
Già da questa inquadratura possiamo vedere i diversi materiali che compongono la struttura: le parti in cemento, le parti in laterizio, ecc. Le cavità all’interno dei mattoni le rileviamo con una temperatura maggiore, perché il vuoto, l’aria che è intrappolata nella cavità ci restituisce un’emissione superiore; invece la parte piena, senza cavità, quindi la struttura in cemento armato, la leggiamo con un’emissione più fredda. E’ quindi possibile leggere la tessitura dei mattoni.

Si può bloccare l’immagine sullo schermo del termografo con il fermo-immagine ed una pressione prolungata del tasto consente di memorizzarla sulla memory-card, per poi portarla sul computer ed elaborarla successivamente.

   
     Fig. 6     Fig. 7
Il muretto di copertura lo vediamo tutto molto più caldo delle strutture che sono in basso, questo per due motivi prevalentemente: perché è esposto a soleggiamento diretto (ma questo vale anche per il resto del prospetto), ma soprattutto perché ha uno spessore inferiore, alle spalle del muretto non c’è niente, mentre alle spalle del prospetto c’è l’edificio. Quindi un’altra informazione che possiamo leggere dalla termografia è lo spessore dei vari elementi costruttivi: laddove il materiale è lo stesso, ma abbiamo una diversa risposta nel campo della termografia, possiamo dire che lo spessore è minore o è maggiore. Non lo possiamo misurare, è soltanto un’informazione qualitativa, che però ci consente di localizzare delle aree differenti.

Questo non è un modo di fare una ripresa termografica, perché il prospetto così soleggiato non è nelle condizioni ideali per effettuarla. In questo modo infatti ricaviamo sì le informazioni suddette, ma è anche vero che leggiamo in maniera intensa la riflessione che dal sole (non come luce, ma come fonte di calore) abbiamo su questo prospetto e che registriamo per mezzo dello strumento.

I materiali sono abbastanza omogenei e hanno un’emissività abbastanza confrontabile, quindi in qualche modo quest’effetto di disturbo è bilanciato in tutte le parti dell’inquadratura. Se avessimo però materiali diversi, vedremmo amplificata questa differenza, perché materiali differenti riflettono in maniera differente.

Il disturbo dovuto al soleggiamento diretto è paragonabile alla situazione in cui facciamo una fotografia con un faro sparato sul nostro oggetto: vediamo l’immagine, ma vediamo anche il riflesso della luce del faro e le alterazioni dell’immagine. Quello che avremmo dovuto fare sarebbe stato studiare l’esposizione dell’edificio, quindi verificare a che ora tutto il prospetto passa in ombra e in quel momento effettuare le riprese (subito dopo il passaggio in ombra); perché nelle ore precedenti, essendo stato esposto al sole, l’edificio ha accumulato calore; nel momento in cui esso va in ombra, noi abbiamo perso l’effetto di disturbo con la riflessione e cominciamo a misurare l’emissione intensa dell’edificio. Se effettuiamo la ripresa molto tempo dopo che il prospetto sia andato in ombra, perdiamo un po’ dell’intensità dell’emissione, quindi abbiamo una risposta un po’ più debole nel campo dell’infrarosso.

Il prospetto a destra, (Fig. 9) che è esposto a est, è molto più caldo dell’altro prospetto, essendo stato esposto al sole per più ore, pertanto noi lo vediamo più rosso nell’immagine termografica.
 
    Fig. 8  Fig. 9
 
Sulla porta a destra (Fig. 11) si legge chiaramente, nell’immagine termografica, la presenza di una tompagnatura in mattoni, o comunque di materiale diverso e con un vuoto, caratterizzato da un colore più caldo, più rosso. Ad occhio nudo si vede che l’intonaco non è omogeneo, ma la termografia non legge questo particolare. Se l’intonaco fosse stato più omogeneo, quindi avesse mascherato meglio la muratura, ad occhio nudo non sarebbe stato possibile leggere la mappa, che, invece, la termografia avrebbe comunque garantito.
 
Fig. 10   Fig. 11
 
Sul prospetto laterale di questo edificio ,destinato a casa popolare, (Fig. 12) è possibile leggere i solai ed i pilastri. Questo ci deve far capire che laddove siamo in presenza di edifici un po’ datati, in cui non si hanno dei riscontri in tavole che ci descrivano le strutture, in questo modo è facile ricostruire la struttura dell’edificio.

Un’indagine analoga sarebbe quella finalizzata alla localizzazione dei pilastri all’interno delle murature, perché essendo il pilastro dotato di un’armatura, facendo una scansione della parete in senso orizzontale, se cerchiamo appunto all’interno della stessa le armature, dalla posizione degli elementi metallici riusciamo a ricostruire quella che è la posizione dei pilastri.
Per quanto riguarda i solai la ripresa termografica è meglio farla all’interno.

La fotografia che accompagna la ripresa termografica è importante anche perché essendo in condizioni di soleggiamento ci permette di leggere l’ombra; infatti, guardando successivamente con calma il termogramma avremo un’area più fredda in corrispondenza delle zone ombrate (in alto, dietro il cavo orizzontale, ecc.), che comunque vedremmo come anomalia nel termogramma.

 
Fig. 12 . Casa popolare Fig. 13
 
Un’altra applicazione delle termografia è nel campo degli impianti; possiamo infatti, da una semplice ripresa termografica, capire quali impianti sono in funzione e quali no, essendo questi dotati di una pompa di calore all’esterno.
Dovremmo vedere gli impianti funzionanti più caldi, anche se sono condizionatori, perché questi cedono all’esterno il calore sottratto all’interno. Possiamo quindi monitorare istantaneamente lo stato di funzionamento di tutto il sistema impiantistico dell’edificio.
Se ci fosse un impianto di riscaldamento sottotraccia acceso all’interno dell’edificio, potremmo vedere tutti i percorsi dell’impianto stesso.
In questo caso sembra che gli impianti siano tutti spenti (a parte la lampadina esterna probabilmente dimenticata accesa dal giorno prima su uno dei balconi).

 
Fig. 14 Fig. 15
 
L’unica cosa a cui bisogna stare attenti quando si effettua la ripresa è la messa a fuoco, perché è manuale, mentre gli altri parametri possono essere bene o male impostati via software quando si elabora successivamente il termogramma. Quindi l’importante è non avere un’immagine sfuocata in fase di ripresa.

Vediamo i solai ed i pilastri che costituiscono lo scheletro dell’Hotel Ambasciatori.
Ad una certa distanza non è possibile leggere con la termografia le macchie sull’intonaco del prospetto dell’hotel, probabilmente dovute a riprese successive, perché la risoluzione dell’apparecchio non lo consente. Ad una distanza molto più ravvicinata sarebbe forse possibile distinguere le zone suddette in base al diverso spessore, anche se solo di pochi millimetri.

 
Fig. 16 Fig. 17
 
Con il termografo possiamo anche leggere l’umidità come un’area più fredda, perché l’evaporazione superficiale dell’acqua sottrae calore alla muratura nella zona interessata.

Un rivestimento murario esterno (Fig.18), costituendo una protezione per la muratura ed essendo di materiale molto compatto, può ostacolare un po’ la misura dell’emissività termica della struttura sottostante, in quanto ne costituisce uno schermo, pertanto non riusciamo a distinguere solai e pilastri nel modo in cui era possibile sui prospetti, semplicemente intonacati, degli altri edifici.

   
Fig. 18  Fig. 19

Si nota subito la presenza di un elemento molto freddo, costituto da una condotta metallica angolare. Questa condotta metallica è molto riflettente e riflette pertanto il cielo. Il cielo nel termogramma ci appare sempre molo freddo, essenzialmente perché non vi è in esso materiale che rifletta o emetta radiazioni infrarosse per grandi distanze. Se ci fossero delle nuvole, già esse costituirebbero uno schermo riflettente e noi le leggeremmo più calde; il cielo sereno invece lo leggiamo molto freddo, con temperature siderali.

Sugli oggetti molto riflettenti come la condotta metallica, quindi, noi non stiamo percependo il riflesso del sole, bensì il riflesso termico (freddo) del cielo. Questo è un esempio del disturbo che inducono elementi costituiti da un materiale molto diverso dalla muratura o dall’intonaco o dal rivestimento quando riprendiamo l’edificio: si tratta proprio di un disturbo, non è vero che il tubo metallico è più freddo della muratura esterna.


La copertura in plexiglass, oltre che proteggere il balcone dell’attico dalla pioggia e dal sole, crea una specie di effetto serra al di sotto, pertanto la muratura sottostante ha subito un riscaldamento notevolmente superiore alle altre parti del prospetto. Questo si può riconoscere dal colore più caldo nel nostro termogramma.

È un po’ quello che si cerca di fare invece quando si fanno le riprese termografiche all’interno: non avremmo visto praticamente nulla, per questo siamo usciti, perché non essendoci una sollecitazione termica sufficiente che determinasse i gradienti termici delle varie parti della struttura, avremmo trovato la stessa temperatura (quindi la stessa gradazione di colore) un po’ dappertutto. Allora quello che si fa è riscaldare con delle lampade a infrarosso la zona che ci interessa, spesso si creano anche delle camere d’aria interno alla porzione di edificio su cui vogliamo indagare per amplificare l’effetto di riscaldamento delle lampade, poi si rimuove tutto e si riprende l’emissione dell’infrarosso.
Chiaramente la risoluzione dello strumento diminuisce con l’aumentare della distanza e questo è vero per tutte le tecniche di rilevamento.

L’effetto della perdita di emissione del cielo che ne determina una visualizzazione molto fredda, lo si vede in questa ripresa, (Fig. 21) perché man mano che ci allontaniamo all’orizzonte, abbiamo in qualche modo diverse parti dell’atmosfera che riflettono in maniera diversa l’energia infrarossa, fino a leggere la morte termica dell’universo.

L’obiettivo di questa ripresa è guardare l’edificio in fondo, del quale non riusciamo a legger i solai ed i pilastri, perché la risoluzione dell’apparecchio a questa distanza no ce lo consente: ogni pixel rappresenta una porzione più grande del soggetto inquadrato. Un po’ come la fotografia: se fotografiamo un soggetto vicino, ne vediamo i dettagli, se invece fotografiamo un soggetto lontano, vediamo l’immagine complessiva, ma ne perdiamo i dettagli. Anche in questo caso, a questa distanza, perdiamo il dettaglio termico, quindi vediamo che c’è un edificio, vediamo più o meno la temperatura, ma non riusciamo a leggerne la struttura.

Quindi a seconda del tipo di lettura che si vuole avere del soggetto, a seconda del tipo di indagine che stiamo facendo, dovremo anche stabilire la distanza a cui porre la camera. Se vogliamo ad esempio indagare un degrado superficiale dell’intonaco, sicuramente esso verrà segnalato dalla termocamera, purché ci si metta a pochi metri di distanza dall’oggetto.

 
Fig. 20 Fig. 21
 
Questo è più o meno l’utilizzo dello strumento, quello che ci dice, ciò che possiamo fare. Il caso di applicazione è significativo di volta in volta perché ci consente di affrontare certe problematiche anziché altre.

La termografia potrebbe avere anche un’applicazione in archeologia, riprendendo dalle altezze aeree, dipende però da quanto profonda sia la presenza dei reperti. Si deve comunque trattare di strutture basamentali di edifici e se non sono molto profonde si possono riscontrare, soprattutto per un effetto di riscaldamento del terreno, che è diverso da quello interposto: la parte di terreno sulle fondazioni dell’edificio non è in comunicazione diretta col sottosuolo, non vi è pertanto uno scambio di umidità continuo, per cui, se c’è un forte soleggiamento, quello strato di terreno si asciuga, perde umidità in maniera superiore rispetto alle porzioni di terreno esterne alle fondazioni. È per questo che si rileva lo strato di terreno superficiale, non per le fondazioni, bensì per gli effetti che queste inducono sugli strati sovrapposti.

Bisogna evitare di riscaldare la termocamera tenendola sotto il sole, non tanto per il suo funzionamento, quanto perché al suo interno, ci sono dei sensori di temperatura che servono per convertire la radiazione infrarossa letta dal sensore, in temperatura.
Uno dei parametri che entra in gioco è la temperatura ambiente, che viene misurata dal sensore interno, se la temperatura è alta a causa di una prolungata esposizione al sole dello strumento, che ne causa il surriscaldamento, la temperatura registrata sarà superiore e risulteranno alterate tutte le temperature registrate.

Dobbiamo sempre tener conto dell’esposizione dei soggetti inquadrati, annotando orario ed estremi dell’intervallo termico considerato.

 
Elaborazione dei dati
 
Si apre l’immagine, salvata per mezzo della termocamera, con il programma Parallax della Goratec.
 
 Fig.22
   

A seconda del tipo d’immagine e della resa che vogliamo dare, possiamo utilizzare una scala cromatica piuttosto che un’altra, a seconda delle tipologie d’indagine volute. Possiamo spostare gli estremi del nostro intervallo di ripresa, tenendo presente che ci possono essere porzioni d’immagine che vanno fuori scala.

Possiamo ottimizzare la nostra immagine calibrando questi due parametri, in condizioni di visibilità sicuramente migliori di quelle che possiamo avere sul campo, lavorando sul nostro termogramma.

Stiamo conservando le informazioni termiche della ripresa, utilizzando soltanto la restituzione grafica di quelle informazioni.
Possiamo anche deformare la nostra immagine, in modo da poter montare porzioni del nostro soggetto in un’inquadratura generale. Utilizzeremo però con parsimonia questo strumento, senza stravolgere la geometria del nostro oggetto, pur non essendo vincolati da un’eccessiva precisione, perché comunque la restituzione rimane un’informazione qualitativa (non stiamo applicando tecniche di fotogrammetria, non stiamo ricavando informazioni dalla geometria dell’immagine).
Possiamo quindi adattare l’immagine alle nostre esigenze, per avere una visione complessiva del nostro oggetto.
Si possono montare, sovrapporre e congelare le immagini (nel risultato finale che ci interessa) in formato jpg, o in un altro formato grafico che ci piace; ovviamente però dopo questa operazione non è più possibile elaborare l’immagine col programma Parallax, perché è diventata ormai un’immagine grafica (possiamo solo modificarne la luminosità, il contrasto, ecc, anche con Photoshop).
Questo è il lavoro da fare come post-produzione delle nostre riprese termografiche.


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