Le origini dell’ urbanistica moderna si
potrebbero ricercare in alcune sistemazioni
urbanistiche barocche, soprattutto in alcune
composizioni della prima metà del ‘700,
(possiamo pensare ai viali di Versailles, alla
raggiera disegnata dai giardinieri reali ai
Campi Elisi o alle piazze reali di Parigi)
oppure potrebbero essere individuate nelle
ammirate sistemazioni del tardo ‘700 inglese
(nel Circus e Royal Crescent di Bath, nei
celebri squares londinesi o ancora più tardi in
Rue de Rivoli a Parigi o Regent’s Street a
Londra), ma la raffinatezza e la sontuosità di
questi ultimi prodotti della tradizione classica
nascondono in realtà il distacco ormai totale ed
evidente dai problemi della nuova città
precludendo effettivamente ogni contatto tra
questa tradizione e l’ambiente e le idee che si
vanno definendo per effetto della rivoluzione
industriale ed in parte per la rivoluzione
francese.
Le vere origini dell’urbanistica moderna vanno
quindi individuate negli inevitabili interventi
riparatori degli squilibri dei primi decenni
dell’ottocento conseguenti a trasformazioni
economiche e sociali prodotte dalla rivoluzione
industriale. Bisognava rimediare alla
trasformata distribuzione degli abitanti (sempre
più numerosi) sul territorio e alle carenze dei
nuovi insediamenti: le famiglie che
abbandonavano la campagna e affluivano negli
agglomerati industriali erano alloggiate o negli
spazi vuoti disponibili entro i quartieri
antichi, o nelle nuove costruzioni erette alla
periferia, che presto si moltiplicarono; inoltre
la qualità dei nuovi alloggi come anche i salari
e gli orari di lavoro in officina era la
peggiore che le famiglie operaie fossero
disposte a sopportare.
La costruzione di nuove case e l’adattamento di
quelle esistenti era opera di speculatori
privati, si passa cosi dalle particolari
“abitazioni” di Manchester ai successivi
cottages.
L’addensamento e l’estensione senza precedenti
dei quartieri operai rendono impossibile lo
smaltimento dei rifiuti e quindi inevitabili le
carenze igieniche.
Questo stato di fatto, questo quadro caotico,
era poi continuamente modificato e accresciuto
dalla trasformazione e dall’ampliamento delle
officine e con queste ultime delle case operaie.
Le origini dell’urbanistica moderna vanno allora
viste nel momento in cui questi fatti sono già
presenti e provocano il disagio e la protesta
delle persone coinvolte.
In tal senso l’urbanistica agisce come un
provvedimento per ovviare alla situazione
difficile creatasi : ” la tecnica urbanistica si
trova in ritardo, rispetto agli avvenimenti che
dovrebbe controllare, e conserva il carattere di
un rimedio applicato a posteriori”.
I primi tentativi per correggere i disagi della
città industriale appartengono o agli utopisti,
ossia coloro che ritenevano di dover
contrapporre alla città esistente nuove forme di
convivenza ricominciando da capo in base alla
pura teoria; oppure agli specialisti e ai
funzionari che introducono nelle città nuovi
regolamenti igienici e nuovi impianti, tentando
cosi di risolvere separatamente i singoli
problemi e di rimediare ai singoli
inconvenienti.
Anche condividendo, da parte mia, più l’opera e
le proposte di questi ultimi come rimedio ai
mali della città non posso non rilevare ed
apprezzare il ruolo svolto in questo settore dai
cosiddetti utopisti socialisti come Owen,
Sain-Simon, Fourier, Cabet, Godin, che
accusavano tragicamente la scomparsa delle
passate condizioni di natura, l’asservimento
degli uomini al profitto e l’immiserimento delle
masse lavoratrici.
La loro critica è una critica globale della
società industriale e i mali urbani denunciati
risultano la conseguenza di quelli sociali,
economici e politici, tuttavia nelle loro
proposte non tengono conto di tale correlazione
e al caos che intravedono nella città
industriale contrappongono programmi di
organizzazione urbana arbitrariamente costruiti
attraverso l’immaginazione.
Nella gran parte dei casi, infatti, le loro
teorie conducevano ad ipotizzare un futuro
assetto sociale che rappresentava una vera e
propria utopia: una comunità umana, ordinata
secondo criteri varianti da autore ad autore,
avente come caratteristica comune la raggiunta
felicità dei suoi componenti, in un ambiente in
cui regnano sovrane eguaglianza, giustizia e
solidarietà. Queste comunità ideali si basavano
su dei modelli di convivenza, anche essi di
ordine utopistico, che si volevano contrapporre
a quello dominante, e cioè al modello urbano del
diciannovesimo secolo.
Ne deriva quindi che la gran parte dei
socialisti utopisti può essere considerata
ostile alla città, la quale veniva intesa come
luogo di sfruttamento, di corruzione, di
ingiustizia.
Il primo vero utopista francese fu Charles
Fourier. Nelle idee di costui alcuni elementi di
natura sicuramente progressista (parificazione
dei sessi, educazione vocazionale,
razionalizzazione della produzione) si
accompagnano ad altri che non è ingiusto
definire di natura reazionaria (difesa
dell’eredità, della proprietà privata,
conservazione di alcune disuguaglianze). In un
certo senso è da annoverare tra questi anche la
concezione organica e globale che Fourier aveva
dell’individuo, della sua irripetibile
particolarità, della sua personalità da
difendere e da sviluppare. La parte per noi più
rilevante del pensiero di Fourier è comunque la
descrizione del luogo destinato ad ospitare il
suo modello di società, la falange. Egli fissa
innanzitutto le dimensioni numeriche di questa
comunità: 1600 persone, con un terreno
coltivabile di circa 5000 acri. Tali cifre
furono stabilite immaginando di attuare una
normale distribuzione delle attività lavorative,
in modo da accontentare tutti i gusti. Il luogo
materiale in cui dovevano risiedere queste
persone fu chiamato falansterio: si trattava di
un grande edificio, o gruppi di edifici, con
tutti i servizi in comune.
In omaggio però
alla sua considerazione dell’individualità
umana, Fourier consentì a che ogni famiglia
fosse libera, volendo, di starsene per conto
proprio, nel suo appartamento, invece di
usufruire dei servizi comuni, quali la mensa o i
luoghi di svago.
Una certa varietà di foggia e di dimensioni fu
pure prevista
per questi appartamenti: evidente la
preoccupazione di non creare un alveare, la cui
uniformità venisse a violare le diverse
aspirazioni della natura umana. Sebbene in
Fourier non si trovino attacchi espliciti alla
vita della città, lo stesso fatto di proporre un
simile tipo di comunità è indice, a mio avviso,
di antiurbanesimo: se egli avesse riposto
fiducia nella città come luogo di convivenza,
non avrebbe avuto bisogno di cercare altri
modelli destinati ad ospitare la società; al più
avrebbe proposto delle modifiche, dei progetti
di riforma delle città esistenti.
Un critico della città industriale più spietato
di Fourier e dei suoi seguaci fu l’inglese
Robert Owen. Ciò anche in conseguenza della
maggiore
industrializzazione e urbanizzazione che
registrò l’Inghilterra ai primi dell’ottocento
rispetto alla Francia e agli altri paesi
europei. Owen inoltre visse a stretto contatto
con il mondo dell’industria, in quanto diresse
dapprima una fabbrica a Manchester e poi una
famosa filanda a New Lanark. In questa sua
attività egli potè constatare le inadeguatezze
dell’ economia affidata alle pure leggi del
mercato nel dirigere la società umana verso il
soddisfacimento delle più elementari esigenze
vitali. Da tale constatazione egli prese spunto
per attuare un tipo di riformismo illuminato
all’interno dell’azienda che dirigeva: ridusse
le ore lavorative, migliorò le abitazioni degli
operai, istituì un moderno sistema scolastico
educativo per i figli dei lavoratori. Col tempo
poi giunse a formulare una teoria globale di
ristrutturazione sociale. L’unità basilare di
questo progetto era il “villaggio della
cooperazione”. In una prima versione si trattava
essenzialmente di un sistema di fattorie
collettive; in seguito la produzione industriale
acquistò maggiore importanza nell’economia del
piano. Nella mente di Owen questo sistema di
villaggi doveva divenire uno strumento di
rigenerazione universale, grazie al quale si
sarebbe potuto liberare rapidamente il mondo dal
sistema del profitto basato sulla concorrenza e
convincerlo a vivere su una base di reciproca
collaborazione. Ma in questo, come nel pensiero
di tutti i socialisti utopisti, si ritrova
traccia di quell’ingenuo ottimismo che pensava
di poter risolvere ogni problema con la semplice
arma della convinzione. Owen era fermamente
persuaso dei vantaggi del suo progetto al punto
che scrive un libro “The Life of Robert Owen,
written by himself” nelle cui pagine si sofferma
a definire i vantaggi del vivere nei “villaggi
della cooperazione” che definisce “centri di
abbondanza, buon senso, educazione e felicità” e
gli inconvenienti delle città industriali dei
suoi tempi, chiamandole “centri di miseria,
vizio, crimine e fame.

Robert OWEN (1771-1858)
A proposito della struttura materiale del
villaggio c’è da dire che essi sarebbero stati
autosufficienti e si sarebbero scambiati fra
loro solo le eccedenze dei propri prodotti.
In essi era previsto un rigido sistema
logistico, secondo il quale molti servizi, come
la cucina e la mensa, erano in comune, in un
edificio centrale (palese la somiglianza con
Fourier). Altre costruzioni erano destinate ad
ospitare il giardino d’infanzia, la sala delle
conferenze, il luogo riservato al culto, ecc.
Ciò che più mi colpisce in questi autori non è
tanto il fatto che essi abbiano previsto tutti
questi servizi (si tratta in fondo dei normali
servizi pubblici di cui è dotato ogni quartiere
cittadino), ma è piuttosto la precisione con cui
essi fissarono, per ogni loro “comunità ideale”,
il luogo in cui tali servizi dovessero essere
dislocati, secondo Owen ad esempio, il luogo del
culto doveva trovarsi in una sala al primo piano
dell’edificio sulla destra di quello centrale.
Riguardo alla struttura della società Owen era
contrario all’istituto del matrimonio e alla
vita familiare, scostandosi nettamente anche su
questo punto dalle idee di Fourier. A ogni
coppia convivente, nelle sue comunità, era
consentito di allevare un massimo di due figli,
fino all’età di tre anni. Dopo tale età i
bambini sarebbero stati trasferiti in dormitori
comuni, assieme a coloro che, pur non avendo
ancora questa età, erano nati in un nucleo
familiare che già comprendeva due figli. A parte
l’aspetto paradossale di questo progetto, in
esso è da vedersi la superiorità che Owen
attribuiva a una vita pienamente comunitaria.
Sul piano pratico egli dovette subire delle
profonde delusioni, che pero’ non incisero sul
suo ottimismo circa la bontà intrinseca del
sistema. Un primo fallimento di “villaggio della
cooperazione” si registro’ negli Stati Uniti, a
New Harmony, nell’Indiana, dove egli si era
recato nel 1824 per realizzare i suoi progetti.
Anche un secondo tentativo non ebbe sorte
migliore.
Alcune altre utopie di questo periodo non
possono essere considerate nella sostanza
antiurbane, ma piuttosto vanno viste come dei
tentativi di migliorare, di razionalizzare le
strutture metropolitane. E’ il caso di Icaria,
l’utopia di Etienne Gabet.
Questa comunità ideale è immaginata per un
milione di abitanti, anche se in una sua
realizzazione concreta non conterà che 1500
anime. Essa si basa economicamente sulla
produzione industriale, ed è il frutto delle più
moderne tecniche scientifiche. Ciò che
principalmente la distingue dalla città francese
del suo tempo è la socializzazione dei mezzi di
produzione che in essa è avvenuta. Altre
differenze sono date da alcune caratteristiche
tipiche di ogni utopia: così ad esempio, tutti
gli icariani devono essere vestiti allo stesso
modo. Appare chiaro comunque che qui non è sotto
accusa la città in se stessa, ma la sua
deformazione in senso capitalista. Questa
interpretazione del fenomeno urbano sarà tipica
anche del marxismo. L’opera di Marx ed Engels
infatti si scosta nettamente dalle teorie dei
socialisti utopisti. Essi riconoscono la miseria
delle città dei loro tempi, veri e propri centri
di alienazione e di corruzione. Anzi, Engels, in
“La situazione della classe lavoratrice in
Inghilterrra”, descrive lo stato infelice in cui
tale classe versa nelle grandi città inglesi,
tanto da essere definito il fondatore della
sociologia urbana. Ma questa denuncia si
accompagna, nei due pensatori tedeschi, alla
consapevolezza del ruolo rivoluzionario svolto
dalla città e dai suoi abitanti nel corso dei
secoli. I borghesi scalzarono l’aristocrazia
feudale partendo dalla città. Il proletariato
scalzerà la borghesia partendo dagli squallidi
quartieri cittadini in cui è stato relegato. La
rivoluzione partirà dalle città, dal
proletariato urbano, e non dalle campagne, per
il fatto che il sistema di produzione
capitalistico ha enormemente ridotto
l’importanza dell’agricoltura e dell’allevamento
in rapporto a quella della produzione
industriale. La borghesia ha assoggettato la
campagna al dominio della città, compito del
proletariato, una volta giunto al potere, sarà
riequilibrare le sorti della campagna. Il che
però non significa, come alcuni hanno inteso, la
creazione di città-giardino o di altre comunità
sparse nel verde; il riequilibrio va piuttosto
interpretato da un punto di vista demografico,
economico e culturale. Dunque, tutto sommato, si
può dire che il socialismo scientifico, col suo
apparire, ha invertito la tendenza dominante
presso il socialismo utopistico a considerare le
strutture urbane negative in sé, portando ad una
concezione della città come fattore di
rivoluzione e di progresso.
In merito poi alle sopra citate città-giardino,
anche se possono essere non condivise emanano il
fascino della proposta dell’inglese Ebenezer
Howard che con questo nome intendeva
differenziare la sua idea dal comune concetto di
città. Lo scopo di questa proposta, apparsa nel
1898, è infatti di combinare i vantaggi offerti
dalla vita cittadina con quelli offerti dalla
vita in campagna. Il luogo in cui ciò si deve
realizzare consiste in un complesso destinato ad
una popolazione di 32000 abitanti circa; ha
forma circolare e il sistema stradale è
radiocentrico. Le zone residenziali sono divise
le une dalle altre da fasce di verde; le
industrie sono ubicate al confine della città,
in direzione della campagna, e lungo tutto il
perimetro corre una strada ferrata, destinata
appunto a soddisfare le necessità industriali.
In questo modo il traffico pesante è mantenuto
al di fuori delle zone residenziali. Come si
vede Howard non era contrario alle novità
portate dal progresso, ma anzi intendeva
servirsi di esse per realizzare il suo piano
urbanistico. Egli non prevedette la possibilità
di sviluppo per la sua città-tipo: le dimensioni
sarebbero dovute rimanere costanti; nel periodo
in cui scriveva la città stava espandendosi a
macchia d’olio,e le periferie si rivelavano come
i luoghi più tristi e inumani dell’ intera
superficie metropolitana. Egli cercò dunque di
risolvere il problema in continuo incremento
urbano con la costruzione di sempre nuove città
autosufficienti e di dimensioni limitate.
La città-giardino ebbe anche dei tentativi di
realizzazione, ma il risultato non corrispose
però a quelle che erano le idee howardiane.
Esistevano carenze comuni a tutti i tentativi di
comunità ideali che per forza di cose devono
essere realizzati isolatamente mentre nella
mente dei loro ideatori si trovano inseriti in
un contesto ad essi adeguato.
Il problema urbanistico è quindi un problema
tecnico, politico, sociale ed economico allo
stesso tempo e ognuno di questi fattori non può
prescindere dagli altri, lo è stato ai tempi
degli utopisti e lo sarà, secondo me, sempre.
Non condivido pienamente il giudizio del
Benevolo nell’attribuire alla critica marxista
il divario tra urbanistica e teoria politica
verificatosi dopo il ’48; l’analisi che Marx ed
Engels compiono della società capitalistica ha
il pregio di dimostrare che i problemi sono
molto più complessi di quanto gli utopisti
supponessero e che occorre individuare le
contraddizioni interne alla società per
prefigurarne una di tipo diverso. Ovviamente,
non è sufficiente modificare i rapporti
economici e sociali perché quelli spaziali
risultino automaticamente corretti; tuttavia, la
modifica dei rapporti spaziali è uno dei modi
non separabile dagli altri per attuare le
finalità della politica.
Il racconto delle difficoltà e delle sconfitte
incontrate dai promotori delle utopie
ottocentesche fa pensare a una somma di energie
perdute; gli insuccessi sul terreno concreto
sembrano confermare il duro giudizio teorico
espresso su di loro dagli scrittori marxisti. In
realtà, invece, le schematiche descrizioni di
Owen, di Fourier, di Cabet formano anche il gran
serbatoio di idee da cui muoveranno in seguito
le esperienze urbanistiche del periodo
successivo, fino ad oggi.
E’ impressionante la somiglianza di alcune loro
proposte con certe soluzioni dell’architettura
moderna, basti pensare al numero di abitanti
previsto nel parallelogramma di Owen (1200) o
nel Falansterio di Fourier (1620) che è molto
vicino a quello dell’unité d’habitation di Le
Corbusier, oppure alla densità indicata da Owen
(un acro per abitante) che è la stessa indicata
da Wright per Broadacre City o ancora agli
impianti centralizzati, ai cortili attrezzati,
alla rue intérieure, alla circolazione carrabile
a pian terreno.
All’utopia, dunque, può essere riconosciuto un
ruolo positivo, in quanto stimolo alla
sperimentazione e al controllo in funzione della
città la cui forma cresce secondo un progetto
sempre aperto in cui sono consentiti
aggiustamenti e ridefinizioni che evidenziano un
equilibrio temporaneo e non conclusivo,
risultante dalle modifiche apportate dalla
storia, mediante il continuo intervento
dell’uomo.
L’intervento dell’uomo poi deve essere
intervento di tutti gli uomini e non deve essere
delegato solo agli esperti, i quali devono
intervenire in un confronto politico, economico
e sociale, per procedere ad una trasformazione
della società che coinvolge l’assetto
dell’ambiente che l’uomo crea intorno a se.
Bibliografia
- Benevolo, Le origini dell'urbanistica moderna, Laterza
1998.